Una fermata nel nulla

La sveglia ci butta giù dalla branda quando il cielo ancora si nasconde nel passante buio della notte. La stanchezza è tanta, reduci dagli ultimi due giorni di camminate e l’ultima nottata trascorsa in cerchio tutti assieme a fare giochi “da campo”. Inutile anticiparvi il programma odierno poichè è sempre lo stesso… centinaia e centinaia di kilometri di lunghe ed estenuanti strade. In cuor mio sono contentissimo perchè nella mia testa si è materializzata quell’idea di australia che da acerbo viaggiatore avevo prima della partenza: questi luoghi del WA, i colori, il senso d’avventura che si avverte ovunque, i silenzi delle radure interrotti da tremendi fischia di vento sono tutti ingredienti che mi hanno fatto innamorare in modo definitivo di queste terre.
Prima di raggiungere la nostra strada asfaltata che ci porterà ancora più a nord, facciamo ancora in tempo a riempirci di rossa polvere ripercorrendo quella trentina di kilometri di buche e sali e scendi; per fortuna non sono ne allergico alla polvere ne schizzinoso di sentirmi
sporco di prima mattina! Ci si muove in direzione del mare, lasciandoci alle spalle le colline della riserva del Hamersley Range. Le temperature iniziano a farsi già sentire, non serve più vestire il cappello di lana e giubottino, anzi, la magliettina è proprio gradita e vestiti gli occhiali da sole mi addormento sotto il tepore dei raggi solari. Mi risveglio poco prima di fermarci per una sosta in una spersa road house per fare carburante, sgranchirci le zampe e mettere qualcosa sotto i denti; qui ho la possibilità di vedere da vicino sia uno stupefacente pavone bianco che la mole di uno dei celeberrimi road train, ovvero i camion con quattro o cinque (forse anche più) rimorchi dalla lunghezza totale esagerata! Non vorrei trovarmi nei panni dell’autista mentre fa una curva… Il nostro autista ci informa che da li a poco saremo giunti sulla costa settentrionale dell’australia, proprio alla origini della 80 miles beach, una spiaggia che si spinge dritta per qualcosa come 130 kilometri!! Non sto nelle pelle per mettere i piedi in acqua ancora una volta, camminare scalzo sulla sabbia e coltivare una sana abbronzatura invernale. Dal finestrino del nostro pulmino, da ore, non vedo altro che sterminate rosse pianure e mi domando come possa apparire alla vista una spiaggia rossa; la risposta è alquanto semplice poiché la sabbia è incredibilmente bianca e tale è il riflesso del sole su di essa che quasi ti acceca. Enorme e senza limiti, le distanze si disperdono oltre l’infinito e una moltitudine di insolite piatte conchiglie popolano questa celebre costa. Tempo di riposarsi un poco al sole, giocare a rugby con quei due tosti irlandesi e via di nuovo in strada fino a tarda sera per raggiungere la Pardoo Station, una farm estesa almeno quanto il veneto; anch’essa è collegata all’unica strada statale attraverso una sterrata via, polverosa ovviamente… per fortuna questa volta è l’ora della doccia!

In the bush

Ci lasciamo alle spalle Coral bay e il suo fantastico mare per raggiungere l’entroterra del WA, una zona piena di vecchie minerie che hanno fatto ricca la storia di questa regione. Partiamo la mattina per giungere al Karijini Natural Park quando la notte ormai la facieva da padrone. A dirla tutta non mi sono accorto di essermi sorbito altri 700 Km di perdute e talvolte polverose strade. Si, tanta tanta polvere, perchè il campeggio, dove avremmo trascorso i prossimi due giorni, dista 35 Km di rossa strada dalla statale asfaltata, e una volta raggiunto la nostra piazzola e quindi acceso le luci interne dell’abitacolo aprendo le porte, ci rendemmo conto della nebbia di polvere che respirammo per tutto l’ultimo tratto. Anche questa è australia. L’inverno, qui nell’interno, fa sentire maggiormente la sua presenza, e dovetti ricorrere al cappello di lana e doppia felpa, e come se non bastasse il cielo chiamava pioggia, tanta pioggia: impossibile accendere un fuoco e starsene li attorno a raccontarsela… non può essere tutto sempre perfetto
d’altronde! Questa zona è celebre per le famose gole che si susseguono una dietro l’altra, connesse tra di loro da cascate, laghetti e corsi d’acqua. Il nostro compito qui era di andare a visitare alcune tra le più famose gole e tentare di apprendere le profonde radici storiche che legano questi territori alle diverse tribù aborigene che da millenni vivono queste gole. Inutile dire che le leggende, i racconti e le memorie aborigene di cui queste terre sono impregnate, hanno un qualcosa di ilare e grottesco ma che nel contempo si porta un degno rispetto.
Purtroppo piovve tutta la notte e il sole si intravedeva a difficoltà tra le dense nubi. La mattina ci ritardammo ad incamminarci proprio perchè la pioggia aveva reso il sentiero e le rocce troppe scivolose per scendere nella gola ed andare a vedere angoli incredibili della natura. Lasciando il buon senso e la coscienza nel sacchetto delle mutande e i calzini sporchi nel fondo dello zaino, io ed alcuni di noi ci facciamo coraggio a scendere la sdruciolevole parete rocciosa. Santi e madonne mi accompagnarono nella terribile discesa, maledicendo me stesso per aver indossato scarpe senza suola, e con molta calma raggiunsi il fondo della gola e quindi un primo laghetto naturale attorniato da alte pareti rocciose. Ebbene, tanta fatica per vedere una semplice risacca d’acqua? Certo che no! E malgrado la pioggia e i freddi refoli d’aria, decidemmo che una bella nuotata ci avrebbe allietato la giornata: e così, vestiti di sole mutande, ci tuffammo e, con tempi olimpionici, nuotammo verso l’altra sponda, che sponda non era, bensì una parete rocciosa che scalammo senza aver deciso di farlo. In cima trovammo un altro laghetto ed ancora un’atra parete che superammo per infine raggiungere la cascata che alimentava tutto il corso d’acqua: un massagio terapeutico al di sotto di essa era d’obbligo! Prima che perdessimo l’uso dei piedi e delle mani, decidemmo di ritornare sui nostri passi e raggiungere il campo base ma la via del ritorno si dimostrò più ardua quanto pericolosa dell’andata: era tutto dannatamente scivoloso e in più di un’occasione dovetti lottare aspramente contro la gravità per rimanere tutto d’un pezzo! Ah com’è vero quella simpatica canzoncina australiana che dice che in oz ti potrebbe capitare accidentalmente di morire!