Finalmente anche io in Thailandia

Atterro la sera a Bangkok. Scopro con stupore che esiste il Wi-Fi in aeroporto e lo uso per scaricarmi la mappa della metro. Al controllo passaporti mi viene rapito un falso sorriso e così concesso il mio nuovo visto per bivaccare in Thailandia. Prendo il treno per la città (anche se sbaglio a comprare il gettone) e rimango sorpreso dalla qualità del mezzo, non mi aspettavo di trovare tutto questo “benessere”. Già avverto che il viaggiare di oggigiorno è veramente un’altra cosa rispetto a quello che mi ero immaginato attraverso le letture di viaggiatori dello scorso millennio; me ne rammarico, oggi sembra veramente tutto tanto molto facile: comprare il biglietto aereo, ottenere il visto, muoversi in comodità senza nemmeno dover scambiare due parole con gli indigeni.

Scendo dal treno, cammino per una decina di minuti per raggiungere la MRT, ultimo tratto di binari prima di raggiungere il quartiere di Silom e il mio amico.

Uscendo dalla underground sembra essere piombati in un posto lontano da quello espresso fino a quel momento dalle moderne infrastrutture: si nota chiaramente che c’è una volontà di questo paese ad emergere rincorrendo invano gli standard occidentali.

La notte non è notte, pare un interminabile crepuscolo , il cielo acceso dalle luci dei grattacieli e dallo smog che ne riflette la loro luminosità. Nuvole rosate dalle lunghe file di fanali rossi di auto placcate nel trambusto del traffico. Passeggiando nel cuore della città venditori di street food sono ovunque ma in buona compagnia di chi vende ogni genere di sorta. È un vespaio anche se tardi, penso che di giorno fa troppo caldo e tutti si riversano per le strade al calar del sole. Poi rifletto che tutti quegli alberi pieni di luci colorate giocano un ruolo da non sottovalutare.

Assaporo il mio primo Thai Pad e concludo la mia giornata avvertendo un senso di colpa.

Gelo a Singapore

È sera, cerco di accorciare la strada per arrivare alla stazione della metro. Non so se è stata una buona scelta, mi son perso di nuovo attraversando vicoli, giardini e strade illuminate da sporadiche auto. Poi alla fine vedo un centro commerciale, la mia meta. Scendo le scale per raggiungere la mia linea e ad ogni scalino la temperatura cala di un grado. Zio billi, il mal di gola sarà assicurato.

Dieci minuti dopo risalgo al mondo “infernale” e mi par di essere arrivato in un altra città: l’atmosfera notturna emana tutta il suo appeal, gli edifici e i grattacieli appaiono come sculture, strade illuminate a festa, ponti che sembrano trasportarti nel futuro. Wow che impatto. Non posso che convincermi che questa città-stato è proprio come la raccontano, futuristica e all’avanguardia, un esempio e un modello da seguire.

Perlustro i caratteristici quartieri tenendo come riferimento lo svettante Grand Mercure Roxy, l’hotel celebre per avere la piscina sul tetto. Attraversando dei piccoli parchi faccio conoscenza con dei bei topini ma non mi sorprendo, anzi li ricollego a quelli che avevo visto la mia prima volta ad Hyde Park a Sydney. Continuo a camminare e tutto d’un tratto mi accorgo di una cosa particolare, non c’è il classico fastidioso rumore da città anzi, è piuttosto silenzioso e parlare a voce alta pare quasi di fare un dispetto.

Giungo a Marina Bay, la piccola baia simbolo del CBD ed è un tripudio di luci, no che dico, di più: l’acqua è illuminata da migliaia di luci. Ah no, ci son dei fari che illuminano dei riflettori che stanno in acqua. Ma la baia non viene attraversata da imbarcazioni mi domando?

Sono spaesato, c’è un po’ troppo di troppo. Si ok, sono stato abbagliato da un’infinità di luci ma c’è qualcosa che non mi torna. Continuo la mia passeggiata ed ecco che gli “uno” nella mia testa cominciano a sommarsi: è un lunedì sera, non sarà un weekend, cammino da un pezzo in una città capitale-stato e avrò visto si e no lo stesso numero di persone che incontri in piazza a Portogruaro. Ma la gente dove è?

Ora ho una missione, capire dove sono gli autoctoni. Inizio ad avvicinarmi alla gente e il mistero si infittisce: sento parlare lingue straniere che non son ne inglese ne “cineserie” o “indianerie”. Non riesco a darmi pace, mi intrufolo laddove ci sono attività commerciali ma la quite regna, i ristoranti tacciono e le fermate dei trasporti pubblici sono vuote. Il mistero comincia a dare spazio ad una situazione di disagio. La mia razionalità è in totale loop, l’unica risposta che mi posso dare è che la gente a Singapore ama trascorrere le serate in cima ai grattacieli. E rimarrà un arcano, non sono vestito per poter prendere un ascensore e salire al centesimo piano. Mesto ritorno sui miei passi, la stanchezza fisica e soprattutto psicologica è tanta, il mio loculo mi aspetta.

Brividi.

Più poi che prima

È una corsa. Ma anche no. Il tempo a disposizione non è a mio favore e come al mio solito non mi sono preparato per nulla a dove andare a mettere piede. Ottimizzazione dei tempi inesistente. Ho uno scalo di 33 ora a Singapore e a mio favore non ho proprio nulla, nemmeno gli orari di arrivo e ripartenza visto che arrivo la sera, devo ancora decidere in quale cuscino poggiare la mia testa e non so nemmeno come sia organizzata questa città. Fortuna vuole che l’aeroporto di Singapore offra WiFi gratuito (eh si, dopo 10 anni di onorato servizio il vecchio nokia ha dato spazio ad uno smartphone di seconda mano) e possa finalmente goderne: «www.hostelw…» «next please!». Maledetta efficienza, sono già oltre il controllo passaporti e non ho ancora carpito un nome di un ostello. «città Singapore, notti una, guest uno… cerca» Ma dai, no! Il mio bagaglio è tra i primi ad uscire. Neanche a farlo apposta! Voglio dire, magari sempre così ma proprio oggi che ho bisogno di tempo proprio non mi piace. «Ordiniamo per prezzo, huh, non male quanto a quattrini, mi aspetto più caro, visualizziamo la mappa e… screenshot!». Classico prelievo all’ATM, biglietto della metro e dopo pochi minuti mi trovo seduto in carrozza. 30 minuti per essere fuori dall’aeroporto. Allora è vero quello che si dice di questo stato, all’avanguardia.

Quanto caldo ed umido. Passare dall’aria polare/condizionata al mondo esterno è come immergersi in un bagno di gelatina: si boccheggia alla grande e lo zaino acquista il doppio del suo peso ad ogni passo. Manca l’aria, non sono abituato a certe condizioni soprattutto senza preavviso e un graduale allenamento. Caccio fuori la mappa, non capisco dove sono, ci sono lavori in corso un po’ ovunque, chiedo indicazioni ma mi rispondono in indiano, riesco a scorgere il nome dell’hotel di riferimento, sudo, mi incammino verso si questo, giro l’angolo ma la strada appare alquanto vuota. «Mi son perso» penso, «hai cercato un ostello economico ed è ovvio che sia in mezzo al nulla» mi rispondo. «Ok, vediamo di essere obiettivi, siamo arrivati da là, la linea della metro corre di qua… ma si dai è giusta la direzione, fidati Dome». Mentre cammino rido, rido di me stesso e dell’altro, quell’altro con cui parlo regolarmente nei miei pensieri.

In lontananza l’insegna dell’ostello, la pancia rivendica la dovuta attenzione. «Ce l’abbiamo fatta anche questa volta». Doh! Di nuovo, non imparerò mai. Una porta rossa, una serratura a combinazione, un campanello ed un cartello: «Suonate e se non apriamo chiamate il numero qui sotto». «Spero tanto che ci sia qualcuno ad apr…» «Sorry, I need to get it in». Wonderful, un guest è appena ritornato e salgo con lui. Per $16/notte in dormitorio non mi aspettavo lusso ma dormire in un loculo proprio non me lo ero aspettato: una parete, suddivisa in quadrati un metro per un metro e due di profondità. E freddo, maledetta aria condizionata. Mi par di essere all’obitorio. Giù lo zaino, una spruzzata d’acqua in viso, reflex in una mano e una mappa nell’altra: «Siamo pronti all’azione!». Doh!

Due strade più in là un food court che pare un formicaio tant’è affollato. Faccio un giro delle cucine. Ne faccio un altro. E che cavolo, sono a Singapore, Hokkien noodle rigorosamente! Ma quali tra le svariate proposte? Terzo giro dell’ovale, quasi quarto quando dai vapori di una cucina sbuca un vecchio che a precisi colpi di polsi fa saltare il cibo da un wok all’altro; con quei baffetti e la bandana stretta sulla fronte e il suo talento da maestro di arti marziali la scelta era fatta, rincuorato soprattutto dalla moglie che dall’ombra di un angolo, con uno sguardo da vera padrona incazzata fissava il marito spadellare pronta a scagliargli un coltello da macellaio al primo minimo accenno di imperfezione. Quei noodles devono per forza essere buoni da morire!

Rifocillato mi rimetto in marcia, esco dal food court e mi sento svenire. No, non è stanchezza, nemmeno il caldo. È puzza, tipo puzza di fogna ma è potentissimo. Mi pare di sapere cosa sia ma non riesco a capacitarmi, l’olezzo non mi da tregua. Spinto da tanto coraggio quanta incoscienza, giro la testa facendomi dirigere dall’olfatto e tutto fu più chiaro: un centinaio di durian ammucchiati su un muro. «Ci avevano quasi stesi».

Primo o poi smetterò di usare il noi.