Riccardo, il night manager al quadrato

Intercetto Riccardo nel tripforum Australia e la sua effergenza mi colpì immediatamente. Afferma di essere rientrato nel forum dopo molti mesi e che ora era disposto a dare consigli a chi alle prime armi perché ora non aveva più il pensiero di come restare in Oz. Ma lasciamo che sia a lui a spiegare chi è e come sia arrivato alla residenza permanente.

1) Raccontaci brevemente di te. Chi sei e qual è il tuo background.
Mi chiamo Riccardo, ho 32 anni e vengo dalla provincia di Milano. Mi sono laureato nel 2004 in Relazioni pubbliche e pubblicità allo IULM di Milano e ho poi conseguito un master in Economia ed Eventi alla Bocconi. Durante l’ università mi sono diplomato come personal trainer presso l’agenzia americana Issa. Grande appassionato di calcio giocato, ping pong, outdoor, viaggi, fotografia, Risiko, ma soprattutto musica e film.

2) Cosa ti ha spinto a cercare il tuo futuro fuori dall’Italia?
Dopo il master alla Bocconi e l’entrata nel mondo del lavoro, quello dell’ufficio per intenderci, ho capito che non era la mia strada.
Sin da piccolo la sirena Australia ha sempre chiamato forte. Ma potrebbe essere stato Canada o Nuova Zelanda. Ovunque ci fosse un numero limitato di abitanti e degli spazi aperti.
Uno dei motivi principali per cui ho deciso di lasciare l’Italia è stato quello di veder i miei coetanei completamente senza voglia di combattere a parte le ovvie eccezioni.
Tutti sempre a cercare una scusa per l’Italia che non andava. Una volta la scusa aveva il nome di Berlusconi, un’altra volta aveva il nome della “Sinistra”, e così via.
Dall’altro punto di vista non avrei mai sopportato l’idea di dover vivere a casa dei miei genitori a lungo, come in molti in Italia purtroppo fanno… sarebbe stato un prolungare all’infinito il passaggio all’età adulta.
Ci si nasconde dietro il fatto che andare a vivere da soli costerebbe troppo e allora si resta a casa con mamma e papà senza però capire che questo rallenta tutto il processo. Non impari a fare da mangiare, a fare il bucato, pagare le bollette, prenderti cura dei problemi domestici etc.

3) Perché l’Australia? Già la conoscevi o è sempre stato un tuo pallino?
Perché mi affascinava sin da piccolo, insieme a Canada e Nuova Zelanda.
Perché terra remota.
Perché è sinonimo di spazi aperti e infiniti.
Perché l’inverno è mite (non sopporto il freddo), qui il Canada veniva tagliato fuori per il momento…
E poi forse perché inconsciamente è dall’altra parte del mondo.
Sarebbe stato avere un foglio completamente bianco su cui disegnare qualcosa di nuovo.
Una cosa che mi affascinava tantissimo era quella di poter fare un lungo viaggio on the road e vivere un po’ da nomade per qualche mese.
I mesi sono diventati un anno che ovviamente si è rivelato uno tra i più belli della mia vita.
La cosa incredibile è che venni a conoscenza del working holiday visa pochissimi giorni prima della partenza.
Questo pensiero oggi mi fa un po’ paura… sarei partito senza nessun visto e senza la minima idea del fatto se era possibile lavorare o meno.
Oggi mi informerei un po’ meglio.

4) Quali sono stati i tuoi passi per trovare l’occupazione che cercavi?
La prima risposta potrebbe essere: una fortuna incredibile.
Diventare cittadino australiano attraverso una permanent residency ottenuta grazie ad uno sponsor tramite un ostello suona un po’ uno scherzo.
Poi se ci penso bene e riguardo al modo in cui ho lavorato.
Alla fatica che ho fatto per rendere un ostello già molto valido in uno dei più belli e divertenti d’Australia forse la risposta cambierebbe.
L’offerta di lavoro mi arrivò quando ero disperso su un’isola in Thailandia a fare il divemaster.
Mi chiamarono perché era piaciuto come svolgevo il ruolo di night manager in ostello… due anni prima.
Si ricordavano di me perché avevo lavorato bene.
La grande fortuna è stata quella di amare alla follia il mio lavoro.
Nel senso di svegliarsi la mattina e fare colazione in fretta perché non vedi l’ora di essere al lavoro.
È una fortuna che auguro ad ogni essere umano.
Perché se fai quello che ami davvero poi ci riesci. Non ci sono altre spiegazioni.

5) Hai nuove idee per il futuro?
Il passaporto dovrebbe arrivare presto, e questo era uno degli obiettivi primari.
La voglia di espandersi nel business dei backpackers è molto forte e ci stiamo muovendo in quella direzione.
C’è ancora margine, ma è un peccato vedere come ancora troppi italiani cominciano il loro working holiday ad east (Melbourne, Sydney), poi quando arrivano qua a Fremantle si rammaricano di non esserci venuti molto prima.
Poi il bello dell’Australia è che ti fa frullare un sacco di idee in testa, con la differenza che qui le puoi realizzare, o quantomeno tentare, senza essere soffocato da una burocrazia statica.

6) Se ti venisse proposto l’attuale lavoro che stai svolgendo in Italia, lo accetteresti? E perché?
Diciamo che il modello di backpackers che ho tentato di portare avanti qui in Australia in Italia non potrebbe funzionare.
Tutto gira intorno al fatto di avere un 70% di clienti che restano in ostello per svariati mesi e che lavorino a tempo pieno qui a Fremantle.
Tutto sta nel creare una rete di relazioni con bar, ristoranti etc. che quando hanno bisogno di ragazzi ce lo fanno sapere.
Funziona qui perché c’è una grandissima flessibilità del lavoro.
Funziona perché a parità di impieghi le paghe sono molto più alte.
Funziona perché le tasse sul lavoro sono molto basse.
Funziona perché la disoccupazione è molto bassa.
In Italia dovrei snaturare completamente il concetto e non so se ne avrei voglia.
In Italia per prima cosa bisognerebbe rendere appetibile il paese ai giovani e giovanissimi stranieri, ma è tutto un altro discorso…

7) Cosa non ti piace dell’Oz?
Io dell’Australia sono innamorato, ma devo fare una premessa importantissima: se non vivessi a Fremantle, non vivrei permanentemente in Australia.
Quando decisi di andarmene dall’Italia mi ero dato alcune dritte:

1. Fare un lavoro che amo
2. Vivere a 5 minuti dal posto di lavoro
3. Vivere a 5 minuti dal mare
4. Vivere a 5 minuti dalla piscina/palestra
5. Vivere in un posto dove non c’è inverno e piove pochissimo
6. Vivere in un bel posto, un po’ alternativo
7. Un posto che offre comunque un minimo di arte, cinema e musica

Dopo un anno in giro per l’Australia alla ricerca, ho capito che Fremantle era il luogo che cercavo.
Questa città mi fa convivere con i grossi “meno” che l’Australia ha…
Prezzi e costo della vita in crescita quasi ridicola.
Costi delle case che se non sono “bolla immobiliare” poco ci manca.
E poi quella mancanza di basi, di cultura generale e particolare che per ovvie ragioni l’Australia non può avere.
Il fatto che sei davvero lontanissimo da molte mete.
Provate a vedere quanto ci vuole per raggiungere New York da Perth…
È ovvio che l’Eden non esiste, ma per quello che cercavo Fremantle (non l’Australia) si avvicinava molto.
Poi purtroppo ci sono altre cose che non amo di questo paese, ma sono molto più profonde e meriterebbero un più lungo dibattito.
Poi una cosa assurda è che pur guadagnando bene, non sarò mai in grado di comprarmi una casa a Fremantle (dove una casa costa più che a Miami, davvero!).
Penso che chi lavora in un posto deve essere in grado di permettersi una casa in quel posto stesso…

8) E cosa ti manca di più di casa?
Purtroppo quando ho deciso di partire sapevo che avrei dovuto convivere con la lontananza da mia nonna, la persona che mi ha tirato grande.
E sapendo che era già alla soglia dei novanta, e io vivendo a migliaia di chilometri lontano, non sarebbe mai più stato come prima.
Chiaro, manca la famiglia. Mancano gli amici. Quelli storici del liceo. Quelli che la vita ha scelto per te, quelli che sono più dei fratelli.
Manca il fatto di poter dire: “questo weekend vado ad Amsterdam o New York…” anche se poi non ci andavo mai.
Mancano terribilmente le materie prime in cucina, prosciutto crudo e bresaola su tutto!
Manca la cultura del mangiare seduti tutti insieme a tavola.
Manca il cielo dell’Italia alle 6-7 di sera, unico al mondo.
Mi mancano i vecchietti al bar il lunedi mattina che si ammazzano parlando di calcio.
Mi manca la passione che ci mettiamo in tutto quello che facciamo.
Mi mancano i dialetti.
Mi mancano i luoghi comuni.
Del genovese tirchio, del milanese bauscia, del meridionale fancazzista…
Perché è ovvio che sono stupidaggini, ma colorano e rendono tutto un po’ più caldo.
Dai, che domanda… Di casa manca tutto.

9) Hai dei consigli da dare a chi come te sta cercando nuovi orizzonti in Downunder?
Si.
Chiudetevi in casa per tre mesi.
Noleggiatevi 1000 dvd.
E guardatevi tutti i film possibili in lingua inglese con i sottotitoli in INGLESE (non in italiano!!!).
Traducete le canzoni che vi piacciono.
Leggete qualche magazine in inglese.
Imparate l’inglese. Siamo assolutamente scandalosi.
Non si può essere nel 2014 e non sapere una parola d’inglese.
Poi.
Consiglio numero due.
Fate il giro contrario.
Partite dalla West Coast. Lavorate un po’ per mettere via i soldi di base del trip.
Cercate poi di fare in fretta i tre mesi di farm, o qualunque altro lavoro che vi porti i giorni per il secondo working holiday visa.
Viaggiate. Fatevi un roadtrip epico in Australia. It’s once in a lifetime!
Ora un consiglio che mi prenderete per pazzo.
Chi più spende meno spende.
Chiaramente con la testa sulle spalle.
Non fatevi mancare nulla.
Mangiate bene, sano, frutta, verdura. Anche se costa molto di più delle solite scatolette di tonno e noodles.
Ogni soldo speso in cibo buono e sano è un soldo guadagnato.
Compratevi un mezzo, vi darà un’indipendenza totale.
Sarete pronti per accettare un lavoro ben pagato in un posto lontano.
Se ci sono due ostelli, andate nel più bello dei due, anche se costa molto di più, alla fine sarete voi che ci guadagnate.
Per i primi mesi state in ostello, non cercate casa in affitto.
In ostello imparate l’inglese, conoscete gente, è più facile trovare lavoro, imparate a convivere.
Poi.
Fatevi un’assicurazione di viaggio.
La medicare non basta!
Consiglio polizze tipo la worldnomads di Bupa.
Se comprate una macchina andate in banca e fate l’assicurazione, costa 20 dollari al mese ma vi salva il portafoglio in caso di incidente.
Se trovate un lavoro che non vi piace, dove non vi pagano bene, cambiate!
Se siete in un ostello sporco, cambiate!
Siete solo voi a decidere come sarà il vostro anno (e magari di più) in Australia.

Il volo

Che sia sempre stata una mia fantasia, su questo non c’è dubbio. Ma da quando sono arrivato in oz, mi sono accorto che in ogniddove puoi trovare manifesti o volantini per fare lo sky diving, ovvero buttarsi con il paracadute da un aereo (in volo!). Per svariati motivi ho continuamente posticipato provare l’ebrezza della caduta libera (in genere dovuto a uno stretto controllo dei miei risparmi) però mi sono trovato ad un aut-aut: in altre parole “ora o mai più!”. Così una mattina, nell’ostello in cui alloggiavo in Broome, ho facilmente reperito il numero di telefono del pazzo sky diver locale, prendendo appuntamento per un lancio in tandem (in realtà non avevo alternative poichè non sono in possesso di un brevetto idoneo); il lancio è previsto per mezzodì, nel giro di poche ore dalla telefonata, il che è stato forse un bene poichè non ho avuto tempo per eventuali “pare mentali” lasciando campo libero all’adrenalina!
Per non rischiare nessun inconveniente, evitai di mangiare qualsiasi cosa, solo una stretta diega a base d’acqua, una nuotata in piscina per alleviare la tensione e una partitina a poker per distrarmi un poco. Puntuali come degli orologi svizzeri, ecco il pulmino fare capolinea
davanti all’ostello e allontanarsi con me al suo interno. Faccio conoscenza con la moglie dell’istruttore, una donna dal sorriso che si estende da una orecchia all’altra, e mi domando se quell’espressione la usa in modo sistematico con ogni cliente, da vera professionista. Preferisco non volare via coi pensieri, tra poco volerò sul serio! In realtà non avevamo molta strada da fare, solo attraversare la strada per raggiungere l’aeroporto e in un men che non si dica mi ritrovo sulla pista di decollo, l’attrezzatura già indossata mentre mi riviene ripetuta tutto il protocollo per il lancio. Annuisco a qualsiasi cosa, anche agli starnuti, non vedo l’ora di salire a bordo di quella scatoletta di aereo, salire in alto in alto e poi…
Il trabiccolo con le ali ci mette un pochino a salire alla nostra altitudine, perfetta combinazione per ammirare le spettacolari vedute della penisola, il rosso del bush che si infrange nella sottile linea bianca della spiaggia di Cable Beach per poi disperdere lo sguardo nel magnifico oceano indiano. Ci siamo, l’altimetro segna i 12000 piedi, si apre il portellone laterale, ci avviciniamo a questo, metto i piedi fuori che poggiano sulle braccia delle ruote, ci facciamo l’ok, three, two, one…
Bello e basta, avrei voluto farne un altro immediatamente, una bellissima esperienza che va a fare da corollario alle mille altre fatte in Australia, e ancora due settimane mi separano dall’ultimo saluto a questo incredibile Paese. Un pò di malinconia già mi prende d’assalto…

Cocktail on the beach

Siamo così giunti alla fine di questo viaggietto per la west coast e ancora una intera giornata di viaggio ci distanzia dal capolinea Broome. Non si può negare che tutti noi siamo stanchi perché le ore di viaggio che abbiamo accumulato negli ultimi dieci giorni sono veramente tante: non mi voglio mettere nei panni del nostro accompagnatore costretto a guidare tutto il tempo senza break!! Stoici ma sempre con la testa sulla spalle, gente veramente preparata e di cui ci si può fidare ciecamente. Per rompere i lunghi, e talvolta assonnati, silenzi dei viaggi ci si distraeva in diversi giochi che potevano essere indovinelli (indecifrabili se non si è madrelingua inglesi!), rompicapi impossibili e versioni riadattate di pictionary (disegnando sul parabrezza del veicolo come fosse una lavagna). Il momento di sciogliere la nostra divertente compagnia, e quindi di salutarci, si stava avvicinando senza sosta e il basso sole invernale non lasciava dubbi al tramonto imminente. La meta era quasi raggiunta e senza riserve,
proposi di fare un ultimo brindisi tutti assieme, proprio sulla spiaggia, quella di Cable Beach, per concludere in bellezza la comune esperienza: “Mojito per tutti!”, gridai e ancoraggi non riesco a mandar giù dal groppone quei 35 dollari di Bacardi. Quanto costa l’alcol in oz!! Poco importa, visto che alla fine, inebriati da un fresco profumo di menta e lime, ce ne stiamo seduti sulla sabbia assaporando il nostro cocktail favorito rimanendo affascinati dai colori e dalla intesità del tramonto.
E anche questo viaggetto è finito ma percepisco che c’è qualcosa di diverso questa volta, come se avessi disceso un fiume in piena e ora mi ritrovo a valle senza possibilità di tornare indietro. Eh si, ahimè sono ormai al traguardo della mia vacanza (chiamale così!!) in australia. Non mi resta che godere di questi ultimi giorni di sole e mare…

Una fermata nel nulla

La sveglia ci butta giù dalla branda quando il cielo ancora si nasconde nel passante buio della notte. La stanchezza è tanta, reduci dagli ultimi due giorni di camminate e l’ultima nottata trascorsa in cerchio tutti assieme a fare giochi “da campo”. Inutile anticiparvi il programma odierno poichè è sempre lo stesso… centinaia e centinaia di kilometri di lunghe ed estenuanti strade. In cuor mio sono contentissimo perchè nella mia testa si è materializzata quell’idea di australia che da acerbo viaggiatore avevo prima della partenza: questi luoghi del WA, i colori, il senso d’avventura che si avverte ovunque, i silenzi delle radure interrotti da tremendi fischia di vento sono tutti ingredienti che mi hanno fatto innamorare in modo definitivo di queste terre.
Prima di raggiungere la nostra strada asfaltata che ci porterà ancora più a nord, facciamo ancora in tempo a riempirci di rossa polvere ripercorrendo quella trentina di kilometri di buche e sali e scendi; per fortuna non sono ne allergico alla polvere ne schizzinoso di sentirmi
sporco di prima mattina! Ci si muove in direzione del mare, lasciandoci alle spalle le colline della riserva del Hamersley Range. Le temperature iniziano a farsi già sentire, non serve più vestire il cappello di lana e giubottino, anzi, la magliettina è proprio gradita e vestiti gli occhiali da sole mi addormento sotto il tepore dei raggi solari. Mi risveglio poco prima di fermarci per una sosta in una spersa road house per fare carburante, sgranchirci le zampe e mettere qualcosa sotto i denti; qui ho la possibilità di vedere da vicino sia uno stupefacente pavone bianco che la mole di uno dei celeberrimi road train, ovvero i camion con quattro o cinque (forse anche più) rimorchi dalla lunghezza totale esagerata! Non vorrei trovarmi nei panni dell’autista mentre fa una curva… Il nostro autista ci informa che da li a poco saremo giunti sulla costa settentrionale dell’australia, proprio alla origini della 80 miles beach, una spiaggia che si spinge dritta per qualcosa come 130 kilometri!! Non sto nelle pelle per mettere i piedi in acqua ancora una volta, camminare scalzo sulla sabbia e coltivare una sana abbronzatura invernale. Dal finestrino del nostro pulmino, da ore, non vedo altro che sterminate rosse pianure e mi domando come possa apparire alla vista una spiaggia rossa; la risposta è alquanto semplice poiché la sabbia è incredibilmente bianca e tale è il riflesso del sole su di essa che quasi ti acceca. Enorme e senza limiti, le distanze si disperdono oltre l’infinito e una moltitudine di insolite piatte conchiglie popolano questa celebre costa. Tempo di riposarsi un poco al sole, giocare a rugby con quei due tosti irlandesi e via di nuovo in strada fino a tarda sera per raggiungere la Pardoo Station, una farm estesa almeno quanto il veneto; anch’essa è collegata all’unica strada statale attraverso una sterrata via, polverosa ovviamente… per fortuna questa volta è l’ora della doccia!

Nuotando qua e là

Continuando la saga delle esperienze “crepa pelle” (altro che ridere!!), l’indomani ci lanciammo alla scoperta di altre gorges, forse le più belle di questa area: se passate da queste parte non fatevi mancare le Weano, le Gorge e le Hancock gorges con le loro fantastiche piscine naturali, sentieri emozionanti e panorami da cartolina. In altre parole un must!
Fortunatamente il tempo era dalla nostra, con un cielo sereno e temperature decenti, alla faccia del giorno precedente; a farla breve il compito odierno era di fare un tuffo e relativa nuotata per ogni sosta visto che ormai alcuni di noi eravamo già stati iniziati a questo “fresco” destino. Tanto per capirci queste zone fanno parte della cultura aborigena ed è corretto portare rispetto alla loro religione: difatti il corso d’acqua che unsice tutte queste gole è stato creato dal serpente sacro, che strisciando fra le roccie le ha spaccate lasciando spazio
alle acque di rendere vivibile e fertile tutta l’altura. Legenda vuole che, proprio nel laghetto di Dales Gorge, risieda ancora il serpente divino, e per questo motivo è consigliato evitare di comportarsi come in un parco acquatico facendo schiamazzi e tuffi artistici.
Per il resto non posso che menzionare quei stretti sentieri che si insinuano tra pareti rocciose distanti un metro o poco più, arrampicate tra esili sporgenze, camminate con l’acqua a livello dell’ombelico, tuffi da 3 metri di altezza…un vero e proprio percorso di addestramento. Come non menzionare poi, la celeberrima “spider walk”, in cui bisogna avanzare usando mani e piedi facendo pressioni sulle pareti laterali a un metro dal ruscello che scorre viscido sotto di voi! “Mama mia” (come dicevano gli amici irlandesi quando si trovavano in difficoltà), una vera e propria esperienza a tutto tondo e all inclusive… questa australia e questo western mi piacciono sempre di più!!!

In the bush

Ci lasciamo alle spalle Coral bay e il suo fantastico mare per raggiungere l’entroterra del WA, una zona piena di vecchie minerie che hanno fatto ricca la storia di questa regione. Partiamo la mattina per giungere al Karijini Natural Park quando la notte ormai la facieva da padrone. A dirla tutta non mi sono accorto di essermi sorbito altri 700 Km di perdute e talvolte polverose strade. Si, tanta tanta polvere, perchè il campeggio, dove avremmo trascorso i prossimi due giorni, dista 35 Km di rossa strada dalla statale asfaltata, e una volta raggiunto la nostra piazzola e quindi acceso le luci interne dell’abitacolo aprendo le porte, ci rendemmo conto della nebbia di polvere che respirammo per tutto l’ultimo tratto. Anche questa è australia. L’inverno, qui nell’interno, fa sentire maggiormente la sua presenza, e dovetti ricorrere al cappello di lana e doppia felpa, e come se non bastasse il cielo chiamava pioggia, tanta pioggia: impossibile accendere un fuoco e starsene li attorno a raccontarsela… non può essere tutto sempre perfetto
d’altronde! Questa zona è celebre per le famose gole che si susseguono una dietro l’altra, connesse tra di loro da cascate, laghetti e corsi d’acqua. Il nostro compito qui era di andare a visitare alcune tra le più famose gole e tentare di apprendere le profonde radici storiche che legano questi territori alle diverse tribù aborigene che da millenni vivono queste gole. Inutile dire che le leggende, i racconti e le memorie aborigene di cui queste terre sono impregnate, hanno un qualcosa di ilare e grottesco ma che nel contempo si porta un degno rispetto.
Purtroppo piovve tutta la notte e il sole si intravedeva a difficoltà tra le dense nubi. La mattina ci ritardammo ad incamminarci proprio perchè la pioggia aveva reso il sentiero e le rocce troppe scivolose per scendere nella gola ed andare a vedere angoli incredibili della natura. Lasciando il buon senso e la coscienza nel sacchetto delle mutande e i calzini sporchi nel fondo dello zaino, io ed alcuni di noi ci facciamo coraggio a scendere la sdruciolevole parete rocciosa. Santi e madonne mi accompagnarono nella terribile discesa, maledicendo me stesso per aver indossato scarpe senza suola, e con molta calma raggiunsi il fondo della gola e quindi un primo laghetto naturale attorniato da alte pareti rocciose. Ebbene, tanta fatica per vedere una semplice risacca d’acqua? Certo che no! E malgrado la pioggia e i freddi refoli d’aria, decidemmo che una bella nuotata ci avrebbe allietato la giornata: e così, vestiti di sole mutande, ci tuffammo e, con tempi olimpionici, nuotammo verso l’altra sponda, che sponda non era, bensì una parete rocciosa che scalammo senza aver deciso di farlo. In cima trovammo un altro laghetto ed ancora un’atra parete che superammo per infine raggiungere la cascata che alimentava tutto il corso d’acqua: un massagio terapeutico al di sotto di essa era d’obbligo! Prima che perdessimo l’uso dei piedi e delle mani, decidemmo di ritornare sui nostri passi e raggiungere il campo base ma la via del ritorno si dimostrò più ardua quanto pericolosa dell’andata: era tutto dannatamente scivoloso e in più di un’occasione dovetti lottare aspramente contro la gravità per rimanere tutto d’un pezzo! Ah com’è vero quella simpatica canzoncina australiana che dice che in oz ti potrebbe capitare accidentalmente di morire!

Senza freni

Ormai vige regola “E quando mi ricapita una occasione del genere?”. Sono nel posto giusto al momento giusto, potrei avere la fortuna di vedere qualcosa che in pochi hanno avuto l’occasione di ammirare; nonostante le mie finanze mi dicessero di no, l’impulso è stato quello di prenotarmi ad una salata uscita in barca in mezzo all’oceano indiano per andare a scovare una delle creature meno studiate al mondo, proprio perché non comunemente avvistabili. Non voglio targiversare a lungo e quindi vi annuncio che mi apprestavo ad andare a vedere le famigerate whalesharks, in altre parole gli squali balena!! Non è emozionante tutto ciò? Io non stavo più nella pelle, anche per via del fatto che andavo di nuovo a vestire la muta da sub ma questa volta senza bombola, solo i semplici maschera-boccaglio e pinne; sarò di nuovo sospeso in acque cristalline, profondi fondali ricchi di ogni genere di animali…inutile dire che avrei dormito ben poco quella notte!

La mattina seguente veniamo portati al porto e saliamo a bordo bel potente motoscafo; la giornata promette bene dal punto di vista del clima: sole, cielo terso e mare piatto, impeccabile. Veniamo accolti dalla giovane crew, e mentre ci si muove come in un labirinto per evitare i coralli ed uscire in mare aperto, facciamo un breve ma completo briefing su quello che andavamo incontro, su come ci saremmo dovuti comportare oltre a vari cenni di ordine zoologico sulle fatiche whalesharks. Raggiungiamo un sito noto ai nostri marinai e ci immergiamo per fare delle prove di collaudo e prendere confidenza con le manovre da seguire nel caso avessimo incrociato i protagonisti del giorno. Manco a volerlo fare a posta facciamo due nuotate proprio sopra a un innocuo quartetto di squali che si insinuavano fra collimati coralli e cromatici banchi di frenetici pesciolini. Ma il segno del destino volle che ci fosse un’altra tartaruga la sotto a farmi visita… I love Western Australia! Beh, alcuni note su queste particolari balene: esistono solo pochi branchi al mondo, quasi tutti concentrati nell’oceano delle indie; le dimensioni in età adulta di questi innocui mammiferi si aggira tra gli 8 e i 14 metri di lunghezza (enormi!!), hanno l’abitudine di starsene sul fondo dell’oceano e di salire in superficie raramente e la loro cute è dipinta da una geometrica maglia a quadrati con al centro di essi un massiccio tondo chiaro [rimando al mio album fotografico per maggiori dettagli]. Il resto della mattinata la trascorriamo a guardarci attorno, una lunga attesa che si protrae per ore finché ci imbattiamo in una piacevolissima sorpresa: con la coda dell’occhio vedo a pochi metri dalla barca sbucare dal nulla una scura montagnola, e tempo di girarmi di scatto questa si nasconde sott’acqua. Non avevo dubbi, quella era una balena: anzi più di una, tre per la precisione, che danzavano implacabili, graziose nonostante la loro immensa mole. Tanto ero sbalordito di quel che i miei occhi e la mia testa registravano che mi ci volle un bel pò prima di impugnare la macchina fotografica e imprimere quel ricordo anche in pixel! Eravamo prossimi a pranzare, praticamente col piatto in mano, quando lo skipper annuncia che l’aereo aveva finalmente avvistato uno squalo balena: per un istante tutti noi ci siamo guardati in faccia con occhi sgranati, per poi realizzare che era ora di mettersi all’opera. Un trambusto per mettere via la roba da mangiare, indossare pinne e maschera, dividerci per squadre e quindi in fila per scendere in acqua: avemmo modo e soprattutto la fortuna di vedere ben quattro differenti whalesharks, una vera rarità anche per chi del mestiere, e quindi ammirare queste strane bestie, il loro nobile modo di nuotare, docile ed educato, raffinato e potente. L’esperienza era valsa il prezzo del biglietto! Finalmente quella notte avrei sognato come un bambino.