Più poi che prima

È una corsa. Ma anche no. Il tempo a disposizione non è a mio favore e come al mio solito non mi sono preparato per nulla a dove andare a mettere piede. Ottimizzazione dei tempi inesistente. Ho uno scalo di 33 ora a Singapore e a mio favore non ho proprio nulla, nemmeno gli orari di arrivo e ripartenza visto che arrivo la sera, devo ancora decidere in quale cuscino poggiare la mia testa e non so nemmeno come sia organizzata questa città. Fortuna vuole che l’aeroporto di Singapore offra WiFi gratuito (eh si, dopo 10 anni di onorato servizio il vecchio nokia ha dato spazio ad uno smartphone di seconda mano) e possa finalmente goderne: «www.hostelw…» «next please!». Maledetta efficienza, sono già oltre il controllo passaporti e non ho ancora carpito un nome di un ostello. «città Singapore, notti una, guest uno… cerca» Ma dai, no! Il mio bagaglio è tra i primi ad uscire. Neanche a farlo apposta! Voglio dire, magari sempre così ma proprio oggi che ho bisogno di tempo proprio non mi piace. «Ordiniamo per prezzo, huh, non male quanto a quattrini, mi aspetto più caro, visualizziamo la mappa e… screenshot!». Classico prelievo all’ATM, biglietto della metro e dopo pochi minuti mi trovo seduto in carrozza. 30 minuti per essere fuori dall’aeroporto. Allora è vero quello che si dice di questo stato, all’avanguardia.

Quanto caldo ed umido. Passare dall’aria polare/condizionata al mondo esterno è come immergersi in un bagno di gelatina: si boccheggia alla grande e lo zaino acquista il doppio del suo peso ad ogni passo. Manca l’aria, non sono abituato a certe condizioni soprattutto senza preavviso e un graduale allenamento. Caccio fuori la mappa, non capisco dove sono, ci sono lavori in corso un po’ ovunque, chiedo indicazioni ma mi rispondono in indiano, riesco a scorgere il nome dell’hotel di riferimento, sudo, mi incammino verso si questo, giro l’angolo ma la strada appare alquanto vuota. «Mi son perso» penso, «hai cercato un ostello economico ed è ovvio che sia in mezzo al nulla» mi rispondo. «Ok, vediamo di essere obiettivi, siamo arrivati da là, la linea della metro corre di qua… ma si dai è giusta la direzione, fidati Dome». Mentre cammino rido, rido di me stesso e dell’altro, quell’altro con cui parlo regolarmente nei miei pensieri.

In lontananza l’insegna dell’ostello, la pancia rivendica la dovuta attenzione. «Ce l’abbiamo fatta anche questa volta». Doh! Di nuovo, non imparerò mai. Una porta rossa, una serratura a combinazione, un campanello ed un cartello: «Suonate e se non apriamo chiamate il numero qui sotto». «Spero tanto che ci sia qualcuno ad apr…» «Sorry, I need to get it in». Wonderful, un guest è appena ritornato e salgo con lui. Per $16/notte in dormitorio non mi aspettavo lusso ma dormire in un loculo proprio non me lo ero aspettato: una parete, suddivisa in quadrati un metro per un metro e due di profondità. E freddo, maledetta aria condizionata. Mi par di essere all’obitorio. Giù lo zaino, una spruzzata d’acqua in viso, reflex in una mano e una mappa nell’altra: «Siamo pronti all’azione!». Doh!

Due strade più in là un food court che pare un formicaio tant’è affollato. Faccio un giro delle cucine. Ne faccio un altro. E che cavolo, sono a Singapore, Hokkien noodle rigorosamente! Ma quali tra le svariate proposte? Terzo giro dell’ovale, quasi quarto quando dai vapori di una cucina sbuca un vecchio che a precisi colpi di polsi fa saltare il cibo da un wok all’altro; con quei baffetti e la bandana stretta sulla fronte e il suo talento da maestro di arti marziali la scelta era fatta, rincuorato soprattutto dalla moglie che dall’ombra di un angolo, con uno sguardo da vera padrona incazzata fissava il marito spadellare pronta a scagliargli un coltello da macellaio al primo minimo accenno di imperfezione. Quei noodles devono per forza essere buoni da morire!

Rifocillato mi rimetto in marcia, esco dal food court e mi sento svenire. No, non è stanchezza, nemmeno il caldo. È puzza, tipo puzza di fogna ma è potentissimo. Mi pare di sapere cosa sia ma non riesco a capacitarmi, l’olezzo non mi da tregua. Spinto da tanto coraggio quanta incoscienza, giro la testa facendomi dirigere dall’olfatto e tutto fu più chiaro: un centinaio di durian ammucchiati su un muro. «Ci avevano quasi stesi».

Primo o poi smetterò di usare il noi.

Japanese countryside

Non mi vergogno ad ammetterlo: non mi piace studiare per farmi trovare preparato. Anzi, mi piace improvvisare e non crearmi false aspettative plasmate da precedenti letture o ricerche; mi trovo così a gioire anche dei piccoli dettagli, del continuo susseguirsi di novità che rendono i miei viaggi personalmente unici.
Tutto questo preludio per sottolineare quanto mi siano piaciuti Kumamoto, Aso e le onsen. Ciascuna di queste riflette una ben definita peculiarità.
In Kumamoto ho potuto vedere ed apprezzare l’arte architettonica del famoso castello di questa città: considerato essere il più bello e ben mantenuto castello in Giappone, camminando all’interno delle vecchie mura ci si sente proiettati direttamente nel passato dove samurai vestiti di splendide armature fanno vibrare lucenti katane a servizio del loro popolo ed imperatore mentre funambolici ninja si districano in circensi salti da un tetto all’altro.
L’impatto con le linee e le forme architettoniche è tanto una novità quanto forte, ci si sente immersi in un altro mondo, un mondo lontano che si è evoluto parallelamente al nostro, è il paese del Sol Levante dopo tutto.

Prendere il treno in Giappone è sempre un emozione, non perchè sia un fanatico dei mezzi su rotaia, piuttosto perché suscitato dall’osservare i giapponesi stessi fremere per questi bestioni di latta. E proprio nella stazione di Aso ho avvertito una sorta di contrasto tra i spaziali nomi dei treni (simili se non presi direttamente dai robot dei manga poi diventati celebri cartoni animati negli ’70-’80) e le mascotte delle città rappresentate da pupazzetti.

Aso e Kumamoto mascotte

Aso mascotte

Purtroppo la mancata organizzazione e i biglietti del treno già acquistati per il ritorno non ci han permesso di farci un giro per il parco nazionale, raggiungere la sommità del vulcano e tantomeno godere degli svariati affioramenti di calde acque termali (onsen) sparpagliate per la regione. Un peccato perchè a pelle questo posto mi attirava parecchio ma dato che la tappa dell’indomani era un due giorni di onsen non mi rimaneva poi così tanto amaro in bocca.

Ed eccoci in direzione di Ureshino dove la mia amica ci regala un due giorni di bagni termali. Per raggiungere questa piccola città nella prefettura di Saga, si passa attraverso paesaggi bucolici che tanto sembrano distanti da quella che era la mia idea di un Paese all’avanguardia e iper tecnologico: qui ci sono ancora anziani (si, i giovani sono nelle grandi città un po’ come succede in tutto il resto del mondo occidentale) che trascorrono giornate chinati a coltivare riso, a potare le piante per le foglie da the (mai visto un verde così intendo come quello di queste piante) e ad allevare gli animali. Sembra più che altro un viaggio nel passato, non mi sarei stupito di vedere un samurai a cavallo tra quelle colline!
Per chi mi conosce suona alquanto strano il mio eccitamento per saune e spa in generale, non mi interessano per niente, ma in questo caso la cosa assume una connotazione del tutto particolare: per i giapponesi  le onsen sono un sinonimo di cultura e da questo punto di vista farsi un bagno in tali acque termali è un rituale che mi sono sentito di rispettare e di fare, ed in fondo mi è piaciuto parecchio. In quei bagni mi sono sentito veramente vicino alla loro cultura, ho avvertito quel particolare sapore che ti fa vivere il viaggio e ti arricchisce dentro; certamente il cibo è un valido strumento per avvicinarsi agli usi e costumi di popoli diversi, ma in questo caso trovandomi in un posto così lontano dal turismo di massa e in un contesto altrettanto intimo ho praticamente raggiunto quel nirvana che tutti i viaggiatori cercano nelle loro esperienze in giro per il mondo.

È tempo di (re)migrare

Dopo un’estate praticamente “on the water” eccomi di nuovo faccia a faccia con la realtà: come impiego il mio tempo ora che non ho un lavoro? La risposta è per me semplicissima, parto, ma per dove? per cosa fare? Queste sono due domande che tendenzialmente mi accompagnano da una vita anche per il semplice fatto che vivendo giorno per giorno non ho mai avuto grandi progetti a lungo termine. Che sia forse arrivata l’ora x e di mettere la testa sulle spalle? Può darsi. Nonostante abbia trascorso poco tempo a casa dei miei e con i miei amici, mi trovo davanti a due problemi fastidiosi quanto una spina di fichi d’india:

  1. la routine e la prevedibilità sono due canaglie, poiché per me, ma si può allargare il pensiero a tutte le persone in generale, è facile abituarsi a qualunque casa se si lascia il tempo necessario per dimenticare la nostra vera essenza.
  2. quando si sta per allontanarsi dal proprio porto familiare per avventurarsi nell’incognito è come se all’improvviso venisse a mancare il terreno sotto i piedi. In altri termini si chiama paura, un’emozione insita nei nostri geni, altro non è un benda sui nostri occhi.

Per il solo fatto che sto per prendere un aereo il mio cervello ha cominciato a macinare idee su idee. Bang!
La mia più grande paura è rimorso, il rimpianto di non averci provato. Bang bang!

Alle mie spalle c’è uno zaino vuoto e una serie di vestiti sul letto ed una decisione presa. Tra poche ore ho un aereo che mi aspetta. Direzione est e spazio alla fantasia.

Discorsi di una notte di mezza primavera

Di una cosa sono convinto: prima o poi le regole del gioco cambiano. E mi riferisco alla situazione del Sud America nei confronti delle vecchie signore, USA in primo luogo e quindi Europa.

Quanti di voi sono informati sui fatti che stanno dando un nuovo assetto agli stati dell’America Latina? E’ francamente difficile riuscire a leggere nei giornali (la TV non la menziono nemmeno!) notizie riguardo al Mercosur, alle difficoltà che il Paese a stelle e strisce inizia ad accusare nella sua impotenza a manovrare i loro mercati, alla rivoluzione Cubana, alla forte figura di Lula che sta facendo del Brasile una nazione libera da compromessi e pressioni.

Per me viaggiare significa anche questo: imparare e scoprire di mano mia la gente e la storia del territorio in cui mi trovo, crearmi una mia opinione al di fuori degli schemi imposti dai media e quindi capire quanta ipocrisia veleggia riguardo a cose che nemmeno sappiamo. Questo è un fatto che odio, per tutte quelle indescrivibili conseguenze che si nascondono dietro a innumerevoli parole plagiate da uomini Continua a leggere Discorsi di una notte di mezza primavera

4 importanti domande da fare a te stesso

1) Sono soddisfatto del mio lavoro? Viene incontro a miei bisogni e soddisfa i miei desideri?

Il tuo lavoro non deve esistere solo per garantire un reddito per il resto della tua vita. Domandati: per che cosa sto lavorando? Sto lavorando per sopravvivere o per vivere la vita? Se il tuo lavoro va incontro ai tuoi obiettivi, questo è fantastico. Se così non fosse, forse è il momento di fare un cambiamento.

2) Ripensa a quelle volte che hai lasciato il tuo Paese. Cosa hai imparato durante quei viaggi? Pensi di avere di più da imparare?

Nonostante non abbia viaggiato abbastanza, penso di poter affermare in tutta sicurezza che quello che ho imparato fino ad ora è stato stupefacente. Immergersi in altre culture, scambiare le proprie opinioni con persone di altro background culturale e sociale, respirare l’aria di mare e osservare il mondo da remoti altopiani, sono esperienze che nessuna scuola è in grado di insegnarti. Solo la strada è Continua a leggere 4 importanti domande da fare a te stesso