Nel sud australiano

Mi sveglio di buon’ora, fagocito qualcosa per colazione e me ne vado a fare due passi per la città. Anche oggi la sensazione è di camminare per strade fantasma, nessuno, e ripeto dico nessuno si vede all’orizzonte, nemmeno un bus o una macchina; eppure è lunedi, come mai alle nove di mattina non c’è vita? In totale disorientamento mi dirigo verso quello che ritengo il centro e poi ancora al parco verdissimo che si affaccia sul fiume dove alcuni alti edifici ne dominano la vista: è il bellissimo campus universitario di Adelaide e ammetto in tutta onestà che il solo pensare di poter essere ancora studente mi ha quasi fatto scendere una lacrima di nostalgia. Ritornando verso il centro abitato inizio a scorgere alcune bandiere sventolare da alcuni edifici e finalmente un numero più consistente di genere umano muoversi per le strade, e passando di fronte a un giornalaio leggo che oggi è il compleanno della regina e finalmente risolvo il mistero, è ancora un giorno di festa! Subito un pensiero mi sfreccia in testa: saranno aperti i supermercati o dovrò replicare riso in bianco anche per pranzo e cena? Dimenticando il mio giro turistico vado alla ricerca dei supermercati ma nonostante siano ormai le undici le serrande davanti alle porte fanno poco sperare; la mia missione ora è scovare un negozietto che venda qualcosa che possa modificare almeno minimamente il mio menù. Mi ci è voluta un’ora e mezza ed un marcia attraverso la periferia per trovare un piccolo alimentari e soddisfare così le mie esigenze; la giornata è salva. Il resto della giornata lo trascorro facendo un bucato e riorganizzando per l’ennesima volta lo zaino visto che l’indomani partirò in direzione Melbourne attraverso una famosa strada australiana, la “Great Ocean Road”, un nome che il solo suono mi fa ben sperare. Alle 6 e mezza del mattino mi ritrovo di nuovo a sedere in un pulmino, si gira per le stradine della città per raccogliere altri “vagabondi” e via verso una nuova avventura: si viaggia per rettilinee strade e il paesaggio che ci troviamo intorno è di soli pascoli per chilometri e chilometri. Dopo pranzo il nostro pulmino arranca nelle salite di montagna e a passo d’uomo raggiungiamo alcuni punti turistici dove tra sentieri e cascate d’acqua facciamo conoscenza per la prima volta di un wallabi, una sorta di canguro dalle dimensioni più piccole, e della conseguenza di un immenso incendio che colpì questi luoghi quattro anni fa: tutti gli alberi sopravvissuti al triste evento portano tutt’oggi le cicatrici ovvero la loro corteccia è nera, carbone, ed fa uno strano effetto guardare nel bosco il contrasto dei plumbei tronchi con le verdeggianti foglie. La notte la trascorriamo in un ostello di montagna gestito da aborigeni e l’indomani mattina siamo invitati dagli stessi nel loro centro turistico dove ci raccontano alcune tradizioni del loro popolo, un intreccio di realtà e fantasia difficili da comprendere realmente dalle nostre menti occidentali. Nel pomeriggio ci lasciamo alle spalle le montagne e il South Australia, siamo ormai nel Victoria e come benvenuto dobbiamo attendere il passaggio di una mandria di mucche che attraversa la strada per dirigersi alla stalla: la cosa buffa è che gli allevatori si muovono con moto cross e quad, l’unico modo per poter gestire agevolmente quel numero spropositato di bestie e talvolta è richiesto anche l’uso di un elicottero. Nulla di esagerato credetemi, tutto ciò è necessario se si pensa che non è raro che alcuni pascoli raggiungono un’estensione pari a quella di una regione italiana. Finalmente siamo sulla grande strada oceanica, abbiamo la costa e il blu alla nostra destra e il panorama per quanto semplice è mozzafiato; tra le mille soste attraverso i vari lookout possiamo apprezzare in tutta pace e tranquillità questi enormi massi che come soldatini (qui li chiamano “apostoli” ma non ho capito il perché) si ergono in mezzo al mare e vegliano le alte mura della costa. E mentre te ne stai lì coccolato dal suono del mare guardando l’orizzonte e realizzi che oltre non c’è null’altro che il polo, allora si che ti domandi “ma dove diavolo sono arrivato? Più in là non posso andare!”. La notte la trascorriamo come gran signori in una villetta fronte mare giocando a carte davanti ad un camino acceso. L’indomani viaggiamo ancora una volta attraverso strade di montagna e pure qui i boschi hanno subito lo stesso trattamento di quelli del giorno prima e considerando che abbiamo percorso centinaia di chilometri è spaventoso immaginare quanto esteso fu tale l’incendio; una vera piaga per chiunque, dagli animali all’uomo. A metà giornata siamo ormai arrivati alla meta, le strade cominciano ad allargarsi, a farsi affollate e non appena arriviamo alle porte di Melbourne ci imbottigliamo nel traffico delle grandi città: uno shock in un certo senso se considero che l’ultima grande città è stata Sydney, e dopo molto tempo trascorso anche nel nulla, non è facile riprendere contatto con palazzi e grattacieli che ti riempiono gli spazi e sbarrano la vista. Ben (ri)tornato nel mondo “normale”!

Verso sud

Tempo di fare una lavatrice e di nuovo mi ritrovo errante nelle terre dimenticate da Dio. Il clima invernale questa volta fa sentire la sua presenza e la combinazione pioggia-freddo è un cocktail micidiale che nemmeno il riscaldamento del bus riesce a sopraffare. L’unica soluzione è stringere i denti… per non farli battere! Si percorrono per ore strade rettilinee, si incrociano rare automobili e il paesaggio a destra e a sinistra non varia di un cespuglio: la situazione è ideale per tentare di schiacciare un pisolino dal momento che ancora una volta la sveglia è suonata molto prima delle prime luci dell’alba. Facciamo sporadiche soste per venire incontro ai nostri bisogni fisiologici di cibo e toilette e per, ovviamente, fare i turisti. L’autista-guida (che tipo! Fulminato in testa…) ci racconta alcuni aneddoti riguardanti queste terre, che per forza significa parlare anche di tradizioni e popoli aborigeni, ed alcune di essi sono davvero sbalorditivi: nel bel mezzo del nulla esiste un recinto che difende le pecore di una farm dagli “spietati” dingo; fin qui nulla di anomalo ma se si considera che quel filo spinato è stato innalzato più di 150 anni fa per una lunghezza superiore ai 10000 chilometri e che tutt’oggi c’è gente che quotidianamente ripara questo esile recinto, allora sì che la cosa assume un contorno più stupefacente. Se si aggiunge anche il fatto che non ho mai avvistato pecore negli ultimi giorni e soprattutto ben poco verde da mangiare, il tutto ha dell’incredibile. Le giornate ormai si sono accorciate e verso le quattro comincia già ad imbrunire. Ci fermiamo per la notte a Coober Pedy, celeberrimo paese per l’estrazione dell’opale, probabilmente la miniera più prolifera del pianeta.
Un altro guinness accompagna questo paese di 15 mila anime, ovvero la più alta concentrazione di nazionalità (46) provenienti da ogni dove, persino eschimesi, e tutti che lavorano nelle cave e miniere a metri e metri sotto terra. Poi la gente è talmente coinvolta nella loro attività lavorativa che ha deciso di costruire le loro abitazioni sotto terra così da combattere i rigidi inverni e le infernali estati: sarà anche bello avere 23°C costanti tutto l’anno ma le finestre? Spero nessuno di loro soffra di claustrofobia!
Come era ovvio l’ostello aveva le enormi camerate scavate nella roccia e così pure noi abbiamo provato l’ebbrezza della vita da talpe. Non serve nemmeno dirlo che alle cinque eravamo già in piedi e mezz’ora dopo in strada verso Adelaide; d’altronde i chilometri son tanti tanti in un paio di giorni. Prima di raggiungere i primi centri abitati e la civiltà abbiamo ancora il tempo di uno stop in mezzo al deserto per andare a vedere uno dei pochi laghi di sale, risultato di anni e anni di movimenti sismici che han colpito l’Australia millenni fa. Nonostante l’esigua quantità di luce era impossibile fissare questa distesa salata tanto il riflesso è accecante, figuriamoci col bel tempo. Camminandoci sopra si ha la sensazione di essere su un’enorme lastra di ghiaccio (se teniamo presente il momentaneo freddo polare) ma assaggiando i granelli non si hanno più dubbi sulla natura salata del lago. Dal finestrino si iniziano a vedere incroci, rotonde, saltuariamente alcuni semafori e poi ancora edifici, case, negozi, supermercati, automobili, traffico, confusione e dopo una settimana trascorsa dove l’unico suono è del vento che fischia fra rocce ed arbusti… non è per niente facile ritornare così drasticamente a quello che è il mondo “normale”. Verso sera raggiungiamo la capitale del South Australia, tempo di trovare un letto per la notte e subito corro a fare la spesa ma niente da fare, alle 18e30 tutto chiuso, vuol dire che mi accontenterò di un riso in bianco.