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Post cattivo. Anzi brutto cattivo e sincero.

(Guest post tratto da “Eschiusami” I’m Italian!, si ringrazia vivamente Sara Pes)

 

Un post cattivo.
Eccolo qua, è arrivato.
Eh si, perché come mi ha fatto notare un amico.. sei sempre troppo buona. Nei post e nella vita.
Sulla vita, sto decisamente migliorando, sui post invece rimedierò molto velocemente.
Giurin giurello, alzo la mano e prometto di essere davvero sincera e cattiva in questo post. Cattiva nel senso sincera, non calcherò la mano per fare la cattivona di turno.
È che la verità brucia ed è fottutamente brutta.
Per cui voi permalosi all’ascolto, cliccate quel pulsantino con una x sopra in alto a destra nel vostro browser o a sinistra se usate un MAC. Voi che volete sentirvi raccontare la favoletta di come è figo e facile vivere ed emigrare in Australia, siete gentilmente invitati ad aprire un’altra pagina web e chiudere questa che state leggendo ora.

Smonterò il sogno Australiano per punti, a seconda delle persone a cui mi rivolgo.
(Attenzione!!! Mi sto rivolgendo ai ragazzi under 30 con un Working Holiday visa, senza figli a carico. Non a chi viene qua con uno student visa, figli e famiglia. Quello è un discorso diverso e più lungo).

I profili medi sono esattamente 4. Individuate il vostro e troverete anche il consiglio da seguire.

1- NO INGLESE NO SOLDI
Arrivano dall’Italia con forse 1500 euro, non parlano una cippa di inglese, non vogliono fare una scuola perché non possono permettersela, stanno sempre mezzo ad altri italiani perché “Non parlo inglese, non li capisco, mi annoio” e si lamentano perché vengono sottopagati nel ristorante italiano (rigorosamente italiano, si sa mai che rischino di spiattellare due parole in inglese) in cui lavorano. Dopo due mesi che sono qua vogliono tornare a casa perché l’Australia è brutta e cattiva.
Consiglio: prima di partire ragazzi miei belli per un paese anglosassone, magari studiatevi un po’ di inglese. O studiatevelo qua ma questo richiede un investimento economico. Non avete i soldi? Lavorate 3/6/9/12/24/36 mesi di più fino a che avete messo da parte abbastanza soldi. Ma il mio amico è partito prima di me e lui ha i soldi perché è ricco. Il mondo è ingiusto.  Welcome. C’è chi nasce con i soldi e chi no. E chi non ce li ha deve lavorare il doppio per potersi permettere le stesse cose.
Ma non trovo lavoro in Italia. No lavoro= No soldi=  No Australia. Facile! (scommetti che chi è veramente motivato riesce a mettersi via i soldi???)
Non volete farvi una scuola di inglese perché pensate sia una perdita di tempo? Ok. Ma cmq dovete avere i soldi che vi permettono di sopravvivere mentre imparate l’inglese “parlando con le persone”. Quindi torniamo sempre al punto di partenza. SOLDI. Pura verità.
L’eccezione: ebbene si, ci sono eccezioni. Ho un amico che è venuto qua senza spiattellare una parola di inglese con un gruzzoletto non esagerato (comunque sempre di più di 2000 euro) e ce l’ha fatta. Ha imparato l’inglese (diciamo che capisce e si fa capire) ed è qua da quasi due anni. Ma si è fatto un culo di dimensioni atomiche e soprattutto non ha mai proferito parola. Sapeva che era in difetto (no soldi no inglese) e quindi.. NON SI LAMENTAVA!!! Ha avuto momenti di sconforto, ed è normale, ma non frignava come un bambinello di 5 anni a cui è stato detto che non esiste babbo natale.
La morale: Partire per l’Australia significa che devi prendere consapevolezza che sei da solo dall’altra parte del mondo. Non c’è la mamma e il papi che ti preparano la pappa quando torni dal lavoro, se vai in crisi te la devi far passare da solo perché le persone che di solito ti ascoltano probabilmente in questo momento stanno dormendo e se ti va bene le puoi sentire fra 10 ore, non c’è la nonna che ti chiude il buco dei jeans quando si rompe. E non puoi salassare le palle al tuo coinquilino con le tue frigne perché anche lui ha i suoi problemi. Tutti hanno i propri problemi. Per cui zitto e pedala. Altrimenti puoi sempre prendere il volo di ritorno e tornare a casa. Nessuno ti obbliga a stare qua. Ci sono altre 10 persone pronte a prendere tutte le occasioni che lasci andare tornando indietro.

2- SI INGLESE NO SOLDI
Ecco già qua andiamo meglio. Senza soldi in Australia vai poco lontano ma considera che se il tuo inglese è buono in poco tempo troverai un lavoro (se sei sveglio, ovviamente, se dormi in piedi non lo trovi nemmeno se sei madrelingua), quindi alla fine sopravvivrai. E Magari ti metti via anche due soldini.

3- NO INGLESE SI SOLDI
Sono quelli che si fanno il corso si inglese o quelli che non lo fanno, “imparano per strada”, ma cmq hanno i soldi per poterselo permettere. Spesso si lamentano ogni due giorni perché stanno spendendo tutti i loro risparmi, però, ciccini belli, funziona così. L’Australia è cara, Sydney è fottutamente cara per cui fatevene una ragione. Anche per voi c’è sempre l’opzione “al risparmio” ovvero tornare a casa.

4- SI INGLESE SI SOLDI
Eh, loro sono quelli che fanno la vita migliore. Alcuni sono figli di papà, altri sono semplicemente persone che hanno lavorato tanto prima di partire. I figli di papà non si lamentano perché fanno la bella vita, gli altri si lamentano ma poco, e già solo per il fatto che hanno capito che per venire qua ci vogliono un po’ di soldi stanno 100 passi avanti agli altri.

Detto questo vorrei spendere due parole per “Gli-stressati-prima-di-partire”.
Ogni giorno sono costantemente ricoperta da mail piene di domande sull’Australia.
Alcune sensate, alcune che hanno già ricevuto risposta in duemila blog e gruppi facebook, altre, permettetemi il francesismo, un po’ cretine.
Mi piace aiutare le persone che vogliono venire qua, però il mio tempo è limitato.
Sono dentro all’incirca a 7000 gruppi facebook sull’Australia e altrettanti forum. Ho creato un blog io stessa dove potete trovare molte informazioni. Se le volete trovare, le informazioni, ci sono.
Per cui, capisco la domanda specifica perché si sono trovate in giro notizie contrastanti, vi viene un dubbio sensato e volete una conferma.
Ma vi prego prima di chiedere a me e ad altre duemila persone fate delle ricerche.
Non siete capaci? Imparate.
Ragazzi, non potete pensare di venire qua se non riuscite nemmeno a fare una ricerca su google.
E ve lo dico per voi. Perché io spesso non ho tempo per rispondere (lavoro tra le 40 e le 50 ore settimanali e al weekend ho bisogno di staccare) per cui faccio presto.
Smettetela di stressarvi con tutte queste domande, dubbi, paranoie che vi vengono in mente.
La vita a volte va presa così come arriva, se volete partire, partite e basta! Non sapete cosa mettere in valigia? Guardate le temperature medie della città dove andate e regolatevi di conseguenza. Non avete abbastanza vestiti? Al massimo li comprerete (torniamo sempre alla questione che bisogna partire con una buona copertura economica). Avete paura di non trovare lavoro? Al massimo finirete i soldi e tornerete indietro!! Non si muore.
“Ma io non voglio buttare via i soldi”
Beh se non vuoi correre rischi… ALLORA STAI A CASA!!!!
Un viaggio di questo tipo è pieno di rischi (a livello psicologico), è qualcosa di grande che vi farà crescere. Se continuate a pensare a questo e quello non partirete mai!!!!!!!!!!!!!!

L’Australia è il vostro sogno?
Bene, sappiate che questo sogno costa fatica. È un sogno che ogni tanto fa piangere, urlare e incazzare.
I sogni non colmano il senso di vuoto che ti crea la distanza dai tuoi cari, i sogni sono fatti di case sporche con gli scarafaggi, di gente con cui vivi che quasi nemmeno ti saluta quando entri in casa. I sogni possono essere fatti di lavori sottopagati e di affitti improponibili.
Ma poi c’è tutto il resto che non posso raccontarvi in questo post cattivo.
Per cui vale la pena davvero di sognare.
E vi assicuro che non mi riferisco ai soldi e alle belle macchine come molti pensano.

I sogni richiedono le palle ragazzi. Se no continuerete a fantasticare guardando la cartolina con i canguri che vi mandano i vostri amici.
Sono brutta e cattiva? Si.
Fa male eh la verità?
Volete insultarmi? Fatelo pure, ma sotto-sotto sapete che ho ragione.

Voi fate come volete. Io continuerò a seguire il mio di sogno.
E proprio perché sono brutta e cattiva arriverò là dove voglio arrivare.

E vi auguro anche a voi di coronare il vostro sogno. Che sia l’Australia, l’America (ogni riferimento è puramente casuale), l’avere un bambino, il comprare una casa o di dare un futuro migliore ai vostri figli.

Tirate fuori le palle, lamentatevi poco e lavorate sodo.
Questo è il mio consiglio.
Da piccola sbarbatella 25enne appena svezzata.

Ma tanto determinata.
P.S. Tanto per la cronaca… Mi capita a volte di avere a che fare con persone che si permettono di insultarmi perché non rispondo alle loro mail.
Forse non hanno chiaro in mente che lo faccio gratis, nel mio tempo libero.
Ripeto, lo faccio volentieri quando vedo dall’altra parte una persona sveglia, carica e già un po’ informata.
Ma quando hai a che fare con tizi così cafoni vi assicuro che passa la voglia di dare una mano!!!!

Il secondo WHV – 88 giorni di farm

(Guest post, si ringrazia Andrea di Melbourne PunoIt)

Esiste la possibilità di avere un secondo Working Holiday Visa?  😯

Se questa è la stessa domanda che vi è saltata in testa non appena avete letto il titolo di questo post ciò significa che siete finiti nel posto giusto! Dovete sapere che per potervi meritare questo fantastico secondo visto dovrete prima sudarvelo, nel vero senso della parola, nelle celeberrime Farm.

Ma avanziamo per gradi… questo visto serve a coloro i quali durante il primo WHV si sono innamorati così tanto del downunder e desiderano ardentemente prolungare il loro stay per un altro anno ma anche a tutti quei giovani in cerca di uno sponsorship e necessitano di più tempo per raggiungere il loro scopo.
Come per il primo WHV ci sono dei requisiti minimi da soddisfare: esattamente gli stessi del primo (ricordo che bisogna fare richiesta del visto prima di aver compiuto i 31 anni di età) oltre ad aver lavorato 3 mesi, non necessariamente continuativi, in una “Regional Area” facendo uno specified work.

La parola magica: Farm

Il classico lavoro che si fa per ottenere il secondo WHV è quello del fruit-picking, in alte parole si raccolgono frutta e verdura, di qualsiasi genere a seconda della stagione e dello Stato in cui ci si trova. Poiché ci sono mesi più proficui rispetto ad altri, il mio consiglio spassionato è di prendervi per tempo ed organizzare bene il vostro tempo per non rischiare di trovarsi con il primo WHV in scadenza senza aver raggiunto il numero minimi di 88 giorni. Altrimenti bye bye Australia.

Per trovare lavoro nelle farm la cosa migliore è cercarlo direttamente nei siti specializzati:

» http://jobsearch.gov.au/harvesttrail/default.aspx  –  sito ufficiale del governo ozzy

» http://www.coastshop.com.au/jobs/australia_fruit_picking.htm

» http://www.thedepot-nyah.com.au/Welcome-to-The-Depot

» http://www.thejobshop.com.au

» http://www.pickyourown.org/australia.htm

Inoltre potete anche chiamare il National Harvest Labour Information Service on FREECALL 1800 062 332, li vi aiuteranno ad entrare in contatto con i farmers che cercano (chiamata gratuita). Se invece desiderate avere sempre una guida con mappa e periodi di raccolta delle farm vi consiglio di scaricarvi il pdf-vademecum da questo indirizzo https://jobsearch.gov.au/harvesttrail/documents/nationalharvestguide.pdf.

Non dimentichiamo che gli ostelli spesso rappresentano già un buon punto di partenza per trovare un lavoro nelle farm: date un occhio alle job board, chiedete direttamente alla reception o scambiate due parole con gli altri backpackers… sapranno consigliarvi sicuramente qualcosa.

Se invece vi piace di più l’avventura e preferite trovarvi la farm che maggiormente vi aggrada di vostra iniziativa, ricordate sempre di controllare se questa si trova in una di quelle Regional Area”. Come? Easy mate! Controllando che il codice postale della farm rientri tra quelli presenti in questa lista http://www.immi.gov.au/visitors/working-holiday/417/postcodes.htm. Se non c’è sappiate che lavorerete ma senza poter poi rivendicare il vostro secondo WHV.

Lavorare in FARM, anche se lavorate in un posto sperduto, è un lavoro come tutti gli altri, per cui avete diritto ad una paga, ad una superannuation (9% sul lordo per importi > $450/mese), ed ad una assicurazione per incidenti sul lavoro che il farmer deve avere in vigore tutto l’anno. Ricordatevi che dovete firmare un contratto e dovete ricevere le payslip, e pagare la tesse, che richiederete indietro al momento del tax return, questo vuol dire che prima di iniziare un lavoro in farm dovete avere un TFN. La parte burocratica della vicenda va considerata in maniera dettagliata perché sono questi documenti che vipermetteranno di richiedere il secondo WHV. Siate attenti a queste sfumature e assicuratevi che il datore di lavoro sia preciso e ordinato sotto questo aspetto.

 Oltre alla Farm: Specified work

Non necessariamente dovrete spaccarvi la schiena raccogliendo frutta e verdura ma anche:

 Plant and animal cultivation (Raccogliere,coltivare impacchettare frutta, uva, wwoofing etc.)

 Fishing and pearling (pescare, coltivare, raccolgliere eprle etc.)

 Tree farming and felling (Piantare, tagliare, trasportare alberi etc)

 Mining (Per i lavori considerati specifici si veda qua)

 Construction (Per i lavori considerati specifici si veda qua)

Una volta che avete fatto gli 88 giorni, insieme al datore di lavoro dovete riempire il form 1263 e attaccarci “evidence of your specified work” che possono essere:

 Payslips

 Group certificates

 Payment summaries

 Tax returns

 Employer references

 A completed employment verification form signed by your employer.

Con questi documenti potete applicare per il secondo WHV, tenete sempre gli originali con voi e tutte le prove del vostro lavoro in Farm.

Ricordate che se completate questi famosi 88 giorni non siete tenuti a rinnovare il visto prima della scadenza del vostro primo WHV. Potete tornare in Italia o andare alle Fiji e poi riapplicare per il secondo WHV dopo 4 o 5 anni (purché non si abbia compiuto i 31 anni).

La pagina ufficiale al quale fare riferimento è http://www.immi.gov.au/visitors/working-holiday/417/eligibility-second.htm

La fin del mundo!

La fine del mondo non è il prossimo anno, né nel 2015 o in chissà quale aberrazione mentale di Nostradamus. La fine del mondo è Ushuaia, o almeno così si vuole spacciare questa piccola città di porto della provincia della Tierra del Fuego. E il tragitto per raggiungerla da El Calafate sembrerebbe non darle torto: l’ennesima e ultima giornata di autobus, compreso il traghetto per superare lo stretto di Magellano e ore di attesa per il doppio confine cileno-argentino.
Per non so quale motivo avevo l’impressione di essere a Oslo, sarà stata l’aria frizzantina che mi raffreddava le narici mentre dall’alto della terrazza dell’ostello guardavo la trafficata baia o forse ancora per la mia mente che in qualche maniera ricercava qualcosa di conosciuto per una strana simmetria terrestre. O semplicemente ero in uno stato di sovra eccitazione dalle ultime settimane.

Da Ushuaia si può ammirare l’incipit della catena delle Ande, che da semplici isolette pian piano si uniscono in quella infinita cordillera che, seguendone con lo sguardo la sinuosa formazione, da’ come l’impressione d’essere un reperto archeologico di un ancestrale dinosauro, dove ogni montagna rappresenta un abbozzo di vertebra consumata dal tempo. Mi sembra chiaro che il mate mi sta facendo degli strani effetti…per nulla collaterali!
Anche qui ci sarebbe da scarpinare per sentieri di montagna ma quel misero ghiacciaio alle spalle della cittadina non ha alcun fascino rispetto a quelli che ancora vivono così intensamente nella mia testa; dimensioni da Alpi tanto per dare un ordine di grandezza. In compenso ho stretto amicizia con alcuni ragazzi argentini e con loro sono andato alla scoperta di uno dei parchi più belli visti sino ad ora: complice una giornata praticamente di sole e poco vento, perfetta e rara da queste parti, è impossibile non innamorarsi di questi luoghi dove da un lato un piatto lago riflette le bianche cime delle montagne mentre dall’altro, su un tappeto verde, vedi saltellare delle lepri. E i colori ti rapiscono. Così come la dolcezza delle fragoline selvatiche e delle bacche di Calafate (eh si, questa sorta di mirtillo prende è l’origine del nome della più conosciuta località. E ci si fa pure una squisita marmellata!).
La tentazione di prendere e andare in Antartide è stata dura da soffocare: gioco forza sono state la totale assenza di un equipaggiamento idoneo (i miei sgualciti pantaloncini non credo avrebbero avuto un gran ruolo) e i pochi giorni rimanenti prima del volo di ritorno. Sono necessari almeno una decina di giorni e un paio di migliaio di dollari ma credo i soldi siano un aspetto marginale in questo caso…quando mi capiterà un’occasione così ghiotta di provare l’ebrezza di essere al polo sud? Per tentare di distrarmi da questa folle idea ho fatto un classico tour della baia in barca, ad annusare il fetido odore di guano delle isolette invase dai cormorani e ad ammirare i leoni marini sonnecchiare tra brandelli di chissà quale animale. In compenso sono stato protagonista di un qualcosa di magico: in vita mia non ho mai visto così da vicino un arcobaleno, doppio come se non bastasse, completo e dai vibranti sette colori. Unico. Grazie Ushuaia. Grazie Argentina. Ti saluto anche io.

Nel freddo cuore della Patagonia

Non so voi ma io, fin da bambino, ho sempre avuto l’impressione che ogni cosa relativa alla montagna venisse paragonata alla natura della propria casa: quella montagnola è appena un quarto del monte Bianco, questa cascata è una baggianata rispetto a quelle delle Marmore, le pareti rocciose delle Dolomiti fanno impallidire quei picchi laggiù e ancora i ghiacciai delle nostre catene montuose sono in grado di fornire acqua a tutti i nostri fiumi. Ecco, proprio di questi ultimi ora mi sento di rivedere i miei metri di paragone perché dopo aver visto i ghiacciai della Patagonia si comincia a percepire la potenza intrinseca che si esprime ogni volta che parliamo di Natura. Mostruosamente agghiaccianti! Perdonatemi il gioco di parole ma questa è la reazione che si ha di fronte a tale spettacolo: si parla di centinaia di chilometri di estensione, centinaia di metri di spessore e un’attività “idrica” impressionante.

Non potevo fare finta di niente e andarmene senza provare i brividi di vivere un’esperienza su un ghiacciaio e così prima di lasciare El Chalten decisi che avrei assaporato il gusto di vestire ramponi e piccozze sul ghiaccio del Viedma. Ammetto che questa scelta è stata un poco condizionata da quello che mi aveva raccontato un ragazzo tedesco incontrato mentre facevo rafting sul Rio Corcovado nei pressi Esquel, ma questo è anche il bello del viaggiare e sentirsi parte di una comunità sempre pronta a consigliarti dove andare e cosa fare, senza filtri o cercando un qualche rientro: solo pura voglia di condividere le proprie eccitanti esperienze. Ed io sono stato pienamente ripagato.
Immaginatevi di stare fra le dune del deserto, tra queste sabbiose collinette disegnate dalla forza del vento in un paesaggio senza orizzonti; bene, ora trasformate la sabbia in ghiaccio e aggiungete una cornice montuosa: benvenuti sul Viedma! Impressionante camminare su queste creste e non riuscire a vedere la fine del ghiacciaio (una lunghezza di 30 Km fin oltre il confine cileno!), fermarsi ad osservare anche le più piccole crepe e l’intensità delle sfumature di blu che quasi sembrano artificiali, al fluire di rigoglianti fontanelle d’acqua che goccia dopo goccia scivolano verso il possente lago alimentandolo da migliaia di anni. E in questi posti la fantasia vola ricordando gli scritti di Chatwin e immaginando quali e quanti dinosauri ancora rimangano dormienti sotto questa ibernante e inviolabile coltre di ghiaccio.

Senza poi parlare del silenzio interrotto solo da deboli scricchioli di assestamento di questa massa gelida che costantemente si riproduce e avanza, cambiando la sua morfologia giorno dopo giorno ma senza dimenticarsi del suo valore, del suo compito. Segue gli ordini come fosse un esercito di élite, in attesa delle istruzioni dall’alto ma sempre pronto all’azione: così mi appare il fronte del ghiacciaio, come una serie di soldatini in linea sull’attenti, bramosi di entrare in battaglia. Non mi spiego il motivo per cui abbia questo genere di visione in testa ma forse, pensandoci, legando i concetti che “la miglior difesa è l’attacco” e che il limitrofo ghiacciaio di Uppsala ha iniziato a ritirarsi da alcuni anni a questa parte, forse un quadro generale me lo posso anche dipingere. Ripetutamente mi sono trovato a confrontarmi con la Natura e a chiedermi come sia possibile che stiamo sfruttando e rovinando così tanta bellezza, in modo del tutto edonistico e irrispettoso: perché dietro a questo velo di splendore si nasconde uno stretto legame con noi umani e tutto il resto, e fare del torto a una parte equivale a farla anche a noi stessi. E questo rapporto di fratellanza lo si respira ovunque in Patagonia, in particolare al cospetto del Perito Moreno. Imponente. Sontuoso. Maestoso. Difficile davvero trovare un aggettivo che calzi a pennello per descrivere questo ghiacciaio che in dimensioni supera di gran lunga quello del Viedma. Impressionante. Potente. E dannatamente vivo! C’è un’attività interminabile che ti rapisce: da qualunque posizione tu lo guardi non si può che rimanere affascinati dalla sua scultura, dai suoi colori, dai suoi suoni che fomentano l’attesa di vedere lo spettacolo di un crostone di ghiaccio staccarsi dal fronte e tuffarsi in acqua. Una sciocchezza a pensarla così su due piedi, consideravo la stessa cosa prima di trovarmi a faccia a faccia, ma dal vivo è tutta un’altra storia. Fidatevi.

Pedule e giacca a vento

E’ una mia caratteristica affrontare ogni situazione impreparato: a scuola non ho fatto grandi passi in avanti con questo stile ma viaggiando, per certi versi, mi permette di rimanere meravigliato ad ogni mio passo. Ed è così che dopo venti ore di autobus, più di mille chilometri sulla celeberrima Ruta 40 mangiando polvere alzata dalla sua strada bianca arrivo nella notte a El Chalten, accolto da una aria fredda per quanto estiva e senza aver idea di dove andar a riposare le mie stanche membra. E al mattino, al risveglio, occhi e bocca rimangono spalancati nel ammirare quel cuneo roccioso che si staglia dal resto della cordillera su di un cielo terso: in un modo così naturale sapevo di trovarmi di fronte al mitico Fitz Roy e alle sue “inviolabili” pareti.

El Chalten è considerata la capitale argentina del trekking, esistono camminate per ogni genere di persona, da farsi in giornata o campeggiando nelle aree consentite per raggiungere le mete più lontane. Questo paesino mi è sembrato fin dall’inizio un brulicante formicaio: una moltitudine di persone con ai piedi scarponi da montagna e zainetti sulle spalle organizzati con sacchi a pelo, tende, corde e moschettoni escono ed entrano da un panificio ad un supermercato in cerca di vettovaglie riempendo le strette strade mentre altre si dirigono dall’ufficio del turismo alla sede dei Rangers per ottenere informazioni di ogni natura e poi come tante formichine in fila indiana si allontanano verso l’imbocco dei vari sentieri ognuno puntando verso la propria meta.

Un rovescio della medaglia della mia disorganizzazione è che mi sarebbe piaciuto veramente tanto farmi un 5/6 giorni di cammino per sentieri di montagna per raggiungere la mia prossima meta  de El Calafate: avrei così unito l’utile al dilettevole, ovvero risparmiato il prezzo dell’autobus, che in questo viaggio sta incidendo in modo particolare sul budget da me prefissato, e vissuto più intensamente le terre patagoniche, magari in compagnia di altri simpatici ragazzi. Ma, ahimè, l’unica cosa che ho pensato di fare in un paio di giorni è di concentrare tutto il possibile in uno. Ed è così che ho deciso di intraprendere quanti più sentieri possibili in un solo giorno, non una cosa complicata che sia chiaro, ma che richiede una buona preparazione fisica per camminare diverse ore senza sosta. Il tempo era dalla mia ma il vento non mi rassicurava un granché visto che era capace di stravolgere qualsiasi previsione nel giro di  pochi minuti ma l’ottimismo non mi è mai mancato e così ho iniziato questa piccola avventura ignaro di quanto avrei sofferto per lo sforzo che le mie povere gambette avevano da sopportare, in particolare nell’ultimo tratto decisamente ripido, sdrucciolevole e aggravato da raffiche di vento capaci di trasformare leggere goccioline di pioggia in appuntiti spilli a contatto con la pelle. Non so a quale santo mi sia appellato per non demordere e continuare a salire ma credo che la semplice idea di quello che avrei trovato in cima mi avrebbe ripagato di tutto la fatica spesa, anzi, non appena giunto una misteriosa energia mi ha permesso di zampettare qua e là tra quei meravigliosi laghetti cercando di cogliere la migliore angolazione per scattare le foto e osservare sulla cresta delle montagne quelle eterne cascate alimentate da fonti ignote. Peccato però essere alla base del Fitz Roy e non poterlo vedere, completamente inghiottito dalle nuvole. Pazienza, non si può avere tutto All Inclusive. La discesa si presenta meno ostica probabilmente alleggerita anche dalle piacevoli vedute rappresentate dal contrasto della piatta steppa patagonica con il promontorio andino e dagli infiniti arcobaleni. Incrocio alcuni laghi, in particolare il Lago Capri, che misteriosamente piatto rendeva le sue acque uno specchio in cui si stagliavano le ghiacciate vette delle limitrofe montagne. Ancora una volta non potevo che esclamare: “Bella la natura!”.

A metà Cordillera

E’ grande l’Argentina. Interminabile. Tratte di autobus da una giornata, migliaia di chilometri tra una capitale e l’altra mentre guardando fuori dal finestrino si ha l’impressione di correre su un tapis-roulant per via del piatto panorama che mai non cambia. Mi sono lasciato alle spalle la sporca San Salvador de Jujuy e le sue terme “casalinghe”, la verde e spagnoleggiante Salta, forse la più bella città del Paese Cordoba e la Sierra dove ancora riecheggia il rombo della moto del Che, Mendoza che tanto si vanta dei suoi vigneti come quelli italiani per giungere alla “alpina” città di Bariloche. Ah, dimenticavo di menzionare che il clima è cambiato da così a così. Stoicamente continuo a vestire i pantaloncini ma una maglia di lana e un giubbetto frangi vento sembrano essere obbligatori. Sul lago Nahuel Huapi si divertono wind e kyte surfers e sull’orizzonte
neanche tanto lontano si innalzano le montagne della Cordillera. Il cerro più alto di questa regione è il Tronador, così chiamato per il suono prodotto dai pezzi di ghiaccio che cadono dalla vetta, e da lontano appare imponente, con le spalle grosse, che sembra quasi difendere le montagne più piccole abbracciandole ma ammirandolo dalla sua base capisci quanto importante e delicato sia, nonostante il suo aspetto spigoloso faccia distogliere l’attenzione: alimenta le acque di un fiume, alimenta la nostra vita.

Il parco naturale qui è fantastico, inaspettato per certi versi considerando la steppa che c’è alle porte, e l’aria è così fresca e pura che ti viene voglia di fartene una scorpacciata. E per questo motivo nel vicino paesino de El Bolson si coltiva biologico una varietà di frutta praticamente tutta importata con gli anni dall’Italia e si producono birre artigianali dal gusto veramente deciso.

Ti svegli la mattina e ti trovi le vette imbiancate, cala il vento e calano le nubi e la tua passeggiata fotografica perde parecchio significato e per tirarti su il morale ti bevi una bella tazza di cioccolata calda e girando per il centro qua e là enormi San Bernardo ti convincono ancora una volta di essere a Cortina piuttosto che nel Rio Negro argentino.

Primi passi nelle Ande

La prima grande differenza è stato il cambio repentino di clima. Sono arrivato ad Humahuaca la sera, il sole non c’era già da un pezzo e della leggera pioggia stava dando spazio ad una più intensa. Sceso dall’autobus un brivido mi ha percorso la schiena e la zip della felpa sembrava mi sembrava troppo corta per difendermi dall’aria fredda. Non sapevo dove ero, non c’era gente in giro, non avevo un posto dove andare e il tempo non era dalla mia, avevo fame, bisogno di docciarmi e fare una dormita vera e propria dopo un giorno di viaggio dalle Iguazù.
Ma dopo pochi passi tra le viuzze fangose del paesino mi accoglieva il sorriso di un locale: ero salvo! Il mattino dopo un fiero sole mi ricaricava di fiducia nel bel tempo dal momento che le previsioni mettevano pioggia per tutta la seguente settimana. C’era sempre quell’arietta fresca, più insistente nelle zone d’ombra, già conosciuta da qualche altra parte ma ancora ignoravo il fatto di essere oltre i 3000 metri di altezza. Passeggiando ero incredulo di poter vedere le case dello stesso colore delle strade, dove solo il verde degli alberi spezzavano questo onnipresente ocra. Avevo l’impressione di essere finito dentro ad un’opera teatrale, dove tutto era stato ricostruito a puntino per meglio simulare lo stile di vita di decine di anni fa; ma invece era tutto vero. L’unica forma di contatto con il mondo odierno erano: 1) l’arrivo e la partenza senza sosta degli autobus, di questi bestioni colorati e carichi di fonte di sussistenza per tutte quelle signore che sedute tutto il giorno davanti alle fermate, speranzose aspettavano di vendere le loro empanada, panini, macedonie e gelatine fatte in casa; 2) la incredibile fila di gente davanti all’ATM. Per il resto tutto mi sembrava scorrere secondo leggi a me ignote.
Stesso discorso vale per quel minuscolo paese nascosto fra le spaccature delle montagne e dove la strada oltre non andava: Iruya. A dire la verità la bellezza di questo luogo credo sia rappresentato più dal viaggio in bus che dal paese stesso: da Humahuaca dista 50 Km che si percorrono in 3 ore; la strada è bianca; si attraversano diversi guadi; si giunge in cima alle più alte vette affrontando strette stradine in cui si ha la costante sensazione di finire giù per la montagna ad ogni curva; polvere e sobbalzi sono l’ingrediente costante per tutto il tempo. Io l’ho trovata una vera avventura, bisogna avere lo stomaco forte e tanta fiducia negli esperti autisti. Bello e basta, in particolare per quegli incredibili paesaggi.
Ma nulla in confronto con quello che avrei visto il giorno seguente: sulla strada verso Purmamarca, all’altezza di Tilcara, credevo di trovarmi di fronte ad uno scherzo della natura: i cerri cominciavano a colorarsi di precise venature, delle vere e proprie pennellate interminabili e mi domandavo chi o cosa potesse avere fatto questa cosa e dalla piatta e desolata vallata si ergevano alti ed enormi cactus che sembravano volermi suggerire la risposta indicandomi il cielo. E questo era solo un aperitivo. Giunto a destinazione, prima che l’ultimo tramonto dell’anno facesse capolinea, mi vedevo scalare una collinetta per ammirare una delle cose più belle che abbia mai visto in vita mia: il cerro dei sette colori e tutto il panorama che mi stava attorno. Semplicemente magnifico. E in quell’eden rimanevo a guardare e pensare fino a tardi, attendendo pazientemente la mezzanotte e quindi una sana dormita.