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Inverno atipico

Eccomi riapparire in quel di Sydney quando ormai il calendario segna metà giugno. Ritorno ad appropriarmi del mio letto in ostello e, sorpresa, ritrovo alcuni amici che avevo lasciato prima di intraprendere il mio viaggio e così iniziamo i festeggiamenti tra racconti d’esperienze vissute tra qualche bicchiere di troppo. Inizia così la caccia a qualche lavoretto per tentare di ristabilire le ormai scarse finanze e come per magia torno ad impugnare carte vetrate, antiruggine, pennelli e via a fare il manovale. È però inverno e talvolta il tempo non mi permette di lavorare all’aperto e trovo soluzione andando a fare alcuni lavori tipo traslocatore, giardiniere.. insomma quel genere di occupazioni in cui usi poco la testa e molto le “gambe”.. Sono stato anche incaricato come tuttofare nel mese di vacanza del boss dell’ostello, praticamente ogni cosa da riparare, il barbeque del venerdi e i pancakes della domenica erano cosa mia, insomma gli ho fatto da vice. Tutto ciò non è stato sufficiente per stare tranquillo col conto in banca soprattutto in previsione di pagarmi scuola, il nuovo visto senza poi dimenticare affitti e cibarie varie e alla fine, con un pò di riluttanza, ritorno a fare il più remunerativo lavora da pizzaiolo nel posto dove avevo già lavorato, giusto in tempo per vedere Russel Crowe e Megan Gale venire a mangiare qualcosa per pranzo. In realtà non sono rimasto a faticare a lungo in quella pizzeria perché per una incomprensione di tempi e orari sono stato licenziato in quanto non combaciavo con le richieste del pizzaiolo capo. O almeno così è quel che mi ha detto.. In tutto ciò ho trovato anche il tempo per fare qualcosa di divertente e diverso: sono stato all’inaugurazione del primo Apple store australiano e non di meno dell’emisfero australe (ero tra i primi 100 a mettere piede in questo futuristico negozio a 3 piani), ho compilato il modulo delle tasse per avere indietro parte dei soldi che i miei datori di lavoro hanno versato come contributi, sono andato allo stadio a vedere un match di footy, in altre parole una mezza via tra rugby, calcio e basket di cui gli australiani, inventori di questo sport, ne vanno pazzi; mi sono svegliato nel bel mezzo della notte per andare a vedere le partite della nazionale perdere ai rigori e per finire ho fatto un pò di movida notturna in alcuni club e disco di questa giovane città. Rare volte mi sono trovato a battere i denti dal freddo tant’è che che sono sopravvissuto senza un guardaroba provvisto di maglioni, sciarpe e guanti.. mai sotto i zero gradi e solo dopo il tramonto ero costretto a indossare le scarpe al posto delle infradito. Oh, che sia chiaro, non è estate tutto l’anno qua come in tanti turisti poco informati sono rimasti scioccati quando sono atterrati per la prima volta in Australia pensando di vestire maniche corte anche a ferragosto (suona alquanto strano, lo so). Se proprio vuoi bel tempo tutto l’anno puoi andare a Darwin dove la temperatura è mediamente 30 gradi tutti i santi giorni! Il resto del tempo l’ho trascorso girovagando per Sydney e dintorni alla ricerca di una casa (con scarsissimi risultati) e salutando tanti compagni pronti a ritornare in patria. Se solo mi fermo a pensare un momento quanto persone ho avuto il piacere di conoscere in questi ultimi mesi, la cifra è parecchio alta tanto che difficilmente potrei ricordarmi tutte le facce..

In gita

Prima di lasciare la capitale del Victoria per fare ritorno a Sydney decido di andare a visitare la vicina Phillip Island, sede di uno dei più belli circuiti della motogp (a mio modesto parere). Ovviamente ignorante di questi luoghi non sapevo che la stessa isola è più famosa per un altro affascinante particolare: la “Penguin Parade”. Ma partiamo dall’inizio. Mi muovo con un tour organizzato e come prima tappa veniamo portati in una prestigiosa azienda vinicola locale, dove, circondati da uno stupendo paesaggio collinare con vista sul mare e sole abbagliante, ci fanno assaporare varie qualità di vino, dai rossi ai bianchi, dai dolci ai passiti cosicché alle 11 di mattina eravamo tutti “storti” ma felici. Prima di approdare sull’isola facciamo in tempo a fare uno stop in una sorta di zoo ma assomigliante maggiormente ad un ospedale per animali (tipici australiani): dai koala ai coccodrilli, dagli immancabili canguri agli emu, uccelli e pappagalli di ogni genere e colore, pecore, caproni e tant’altro; inoltre, come special guests, un coppia di diavoli della Tazmania. Che dire, un vero e proprio incontro ravvicinato del primo tipo con la natura. Di nuovo a bordo del pulmino finalmente ci dirigiamo verso la tanto attesa isola e con gran mio stupore ci lasciamo alle spalle l’ultimo paesino della terra ferma, San Remo, prima di percorre un misero ponticello per raggiungere l’altra riva. Se non fosse perché so che è un’isola mi verrebbe da pensare di aver attraversato un fiume piuttosto che una lingua di mare! Le indicazione stradali sembrano alquanto inutili visto che questo pezzo di terra è tracciato da due sole e rettilinee strade che si incrociano perpendicolari; diciamo che è impossibile perdersi. A metà giornata ci troviamo a passeggiare in una tanto remota quanto splendida spiaggia, desolata, scaldata da un pallido ma lucente sole invernale, e passo dopo passo, cullato dal piacevole andirivieni di potenti onde il mio pensiero vola ancora una volta all’orizzonte e a quello che si nasconde dietro alla sua infinita linea: la Tazmania, ecco cosa c’è. Siamo ormai verso l’ora del tramonto e la nostra “doppia” guida in quanto autista e accompagnatrice in questi così affascinanti e remoti luoghi ci conduce nel punto più alto dell’isola per gustare in tutta la sua esplosiva bellezza il tramonto tra il frastuono di imponenti onde e il rosso sole che piano viene inghiottito dal mare. La giornata sembrerebbe conclusa qua ma solo ora viene giocato il jolly: si va a vedere i pinguini e la loro celeberrima parade! Raggiungiamo così quella porzione di spiaggia, racchiusa da una piccola baia, protetta a dovere dai rangers, dove i pinguini sono soliti tornare la notte per sfuggire ai pericoli dei predatori marini e per “socializzare” tra di loro. Prendiamo posto tra gli spalti e con grande concentrazione lotto con la gelida brezza marina e quando ormai le mie estremità avevano perso ogni contatto col mondo ecco spuntare qualcosa dal pelo dell’acqua: lo stupore è tanto ma la sorpresa molto di più. Non avrei mai immaginato che questi pinguini fossero… nani! Non superano i 30 cm e  difficilmente il chilo e mezzo. Si aspettano sulla riva, si guardano attorno e solo quando tutto il branco si è riunito di nuovo assieme sulla spiaggia, con una marcia dondolante si muovono verso l’entroterra, passandoci sotto le gradinate in cui siamo seduti e per niente spaventati si fanno osservare da vicino, fieri, dal lucente mantello e dal candido petto. Le fotografie sono proibite ed è giusto così, non è il caso di disturbare coi flash questi eleganti e nobili animali. Il freddo ora è difficilmente tollerabile e contenti del meraviglioso spettacolo appena assistito ci andiamo a rifugiare nel nostro pulmino che silenzioso ci riporta a casa. Ritornato in quello che mi sembra il mondo reale faccio per l’ultima volta lo zaino, domani si rivola a Sydney.

Aria di casa

È quasi l’imbrunire quando noto il piatto orizzonte cominciar ad essere disturbato da una serie di ingegneristiche creature umane e pian piano veniamo trascinati dal lento traffico di quella che è la seconda metropoli del continente australiano, Melbourne; subito un pensiero mi è saettato in testa come quando si ascolta una dimenticata canzone o si odora un vecchio profumo: “sono tornato a casa!” una casa che ho richiesto a burnaby homes for sale o meglio riformulato “sembra di essere in una capitale europea”. Per quanto stupido possa essere la visione di viali alberati, edifici centenari, tram, automobili europee e di gente in bicicletta sono aspetti che mai mi avevano impressionato tanto nonostante ormai siano alcuni mesi lontano dalla madre patria. Al secondo tentativo trovo un posto per la notte in quello che sarà il peggior ostello che abbia mai incontrato, vecchio, enorme e dispersivo, sporchetto per non usare altri termini ma se non altro troppo oneroso, aspetto da non sottovalutare dopo settimane e settimane di viaggio. Esco a fare quattro passi con due ragazzi tedeschi con i quali
ho condiviso l’ultimo viaggio attraverso la Great Ocean Road ed ancora una volta l’impressione di essere turista in una capitale europea si fa sentire quando vedo in mezzo a colossali grattacieli piccole viuzze ciotolate con ristorantini e boutique, carrozze trainate da fieri cavalli e gondole scivolare sul quieto fiume che attraverso al città. In una sola passeggiata sembra di essere stati ad Amsterdam, Vienna e Venezia! Ormai è sera, il sole ci ha lasciato da alcune ore e la fame inizia a sentirsi, così si decide di andare a mangiare qualcosa nell’immancabile China-Town per non spendere una montagna di soldi ma gira e rigira non si trova nulla al caso nostro e per sbaglio mi scappa di dire “ma fare la spesa e mangiare qualcosa a casa, no? Che conviene tra l’altro!”. La risposta è stata “perché sai cucinare?”. “Non ci vuole una laurea per mettere della pasta a bollire” mi sarebbe piaciuto replicare ma ho detto loro che in qualche modo ci saremmo arrangiati e li ho stupiti con una velocissima pasta al salmone. Dopo cena la stanchezza è arrivata come un macigno sulle spalle così prima che l’orologio scoccasse le 22 ero già crollato in un sonno profondo. Mi alzo tardi l’indomani e per prima cosa telefono all’amico Roberto e decidiamo di incontrarci per cena. Vado a comperare un paio di cose al negozio sotto l’ostello e nonostante ormai sia inverno non ho problemi ad uscire in felpa, pantaloncini ed infradito; tempo di fare la spesa e quel sole pallido di 15 minuti prima è stato sopraffatto da una coltre di nere nubi che da un momento o l’altro davano l’impressione di scaricare una quantità d’acqua biblica. Ma niente. Nel pomeriggio solo un perfido venticello gelido capace di intrufolarsi anche attraverso i stretti polsini della mia giacca rende la mia passeggiata a tappe per trovare un caldo conforto in musei, negozi e quant’altro al riparo dal vento. Verso le tre e mezza la luce diurna comincia a dar spazio alle luci dei palazzi che man mano il cielo si annerisce si accendono sempre più come alberi di Natale: il clima sembrerebbe quello natalizio ma siamo neanche a metà giugno… verso sera mi incontro col Betto e ancora quella strana sensazione di essere in un posto familiare si fa sentire perché oltre a riparlare italiano dopo quasi due mesi sono in compagnia di un amico di “casa”. Ce la raccontiamo un pò, ovviamente si parla di pregi e difetti dell’Australia e dell’Italia, dell’inglese, della sua famiglia, progetti futuri… tra una chiacchierata e l’altra ci dirigiamo verso il quartiere italiano di Carlton dove andiamo a prendere un caffè e un pasticcino nella migliore pasticceria della città: finalmente riassaporo un pò di prelibatezze patriottiche perché, credetemi, non è facile trovare da gustare dolci come siamo abituati a Casa nostra (ringrazio Toffolo & Co. per avermi così viziato). Il giorno dopo ho il piacere di conoscere la Betto’s family al completo, il Beltra e la sua compagna: inizio così ad abituarmi alla visione di facce più o meno note e a discorsi che spaziano da luoghi, a persone e cose legate alle mie passate esperienze del portogruarese e dintorni.

Nel sud australiano

Mi sveglio di buon’ora, fagocito qualcosa per colazione e me ne vado a fare due passi per la città. Anche oggi la sensazione è di camminare per strade fantasma, nessuno, e ripeto dico nessuno si vede all’orizzonte, nemmeno un bus o una macchina; eppure è lunedi, come mai alle nove di mattina non c’è vita? In totale disorientamento mi dirigo verso quello che ritengo il centro e poi ancora al parco verdissimo che si affaccia sul fiume dove alcuni alti edifici ne dominano la vista: è il bellissimo campus universitario di Adelaide e ammetto in tutta onestà che il solo pensare di poter essere ancora studente mi ha quasi fatto scendere una lacrima di nostalgia. Ritornando verso il centro abitato inizio a scorgere alcune bandiere sventolare da alcuni edifici e finalmente un numero più consistente di genere umano muoversi per le strade, e passando di fronte a un giornalaio leggo che oggi è il compleanno della regina e finalmente risolvo il mistero, è ancora un giorno di festa! Subito un pensiero mi sfreccia in testa: saranno aperti i supermercati o dovrò replicare riso in bianco anche per pranzo e cena? Dimenticando il mio giro turistico vado alla ricerca dei supermercati ma nonostante siano ormai le undici le serrande davanti alle porte fanno poco sperare; la mia missione ora è scovare un negozietto che venda qualcosa che possa modificare almeno minimamente il mio menù. Mi ci è voluta un’ora e mezza ed un marcia attraverso la periferia per trovare un piccolo alimentari e soddisfare così le mie esigenze; la giornata è salva. Il resto della giornata lo trascorro facendo un bucato e riorganizzando per l’ennesima volta lo zaino visto che l’indomani partirò in direzione Melbourne attraverso una famosa strada australiana, la “Great Ocean Road”, un nome che il solo suono mi fa ben sperare. Alle 6 e mezza del mattino mi ritrovo di nuovo a sedere in un pulmino, si gira per le stradine della città per raccogliere altri “vagabondi” e via verso una nuova avventura: si viaggia per rettilinee strade e il paesaggio che ci troviamo intorno è di soli pascoli per chilometri e chilometri. Dopo pranzo il nostro pulmino arranca nelle salite di montagna e a passo d’uomo raggiungiamo alcuni punti turistici dove tra sentieri e cascate d’acqua facciamo conoscenza per la prima volta di un wallabi, una sorta di canguro dalle dimensioni più piccole, e della conseguenza di un immenso incendio che colpì questi luoghi quattro anni fa: tutti gli alberi sopravvissuti al triste evento portano tutt’oggi le cicatrici ovvero la loro corteccia è nera, carbone, ed fa uno strano effetto guardare nel bosco il contrasto dei plumbei tronchi con le verdeggianti foglie. La notte la trascorriamo in un ostello di montagna gestito da aborigeni e l’indomani mattina siamo invitati dagli stessi nel loro centro turistico dove ci raccontano alcune tradizioni del loro popolo, un intreccio di realtà e fantasia difficili da comprendere realmente dalle nostre menti occidentali. Nel pomeriggio ci lasciamo alle spalle le montagne e il South Australia, siamo ormai nel Victoria e come benvenuto dobbiamo attendere il passaggio di una mandria di mucche che attraversa la strada per dirigersi alla stalla: la cosa buffa è che gli allevatori si muovono con moto cross e quad, l’unico modo per poter gestire agevolmente quel numero spropositato di bestie e talvolta è richiesto anche l’uso di un elicottero. Nulla di esagerato credetemi, tutto ciò è necessario se si pensa che non è raro che alcuni pascoli raggiungono un’estensione pari a quella di una regione italiana. Finalmente siamo sulla grande strada oceanica, abbiamo la costa e il blu alla nostra destra e il panorama per quanto semplice è mozzafiato; tra le mille soste attraverso i vari lookout possiamo apprezzare in tutta pace e tranquillità questi enormi massi che come soldatini (qui li chiamano “apostoli” ma non ho capito il perché) si ergono in mezzo al mare e vegliano le alte mura della costa. E mentre te ne stai lì coccolato dal suono del mare guardando l’orizzonte e realizzi che oltre non c’è null’altro che il polo, allora si che ti domandi “ma dove diavolo sono arrivato? Più in là non posso andare!”. La notte la trascorriamo come gran signori in una villetta fronte mare giocando a carte davanti ad un camino acceso. L’indomani viaggiamo ancora una volta attraverso strade di montagna e pure qui i boschi hanno subito lo stesso trattamento di quelli del giorno prima e considerando che abbiamo percorso centinaia di chilometri è spaventoso immaginare quanto esteso fu tale l’incendio; una vera piaga per chiunque, dagli animali all’uomo. A metà giornata siamo ormai arrivati alla meta, le strade cominciano ad allargarsi, a farsi affollate e non appena arriviamo alle porte di Melbourne ci imbottigliamo nel traffico delle grandi città: uno shock in un certo senso se considero che l’ultima grande città è stata Sydney, e dopo molto tempo trascorso anche nel nulla, non è facile riprendere contatto con palazzi e grattacieli che ti riempiono gli spazi e sbarrano la vista. Ben (ri)tornato nel mondo “normale”!

Verso sud

Tempo di fare una lavatrice e di nuovo mi ritrovo errante nelle terre dimenticate da Dio. Il clima invernale questa volta fa sentire la sua presenza e la combinazione pioggia-freddo è un cocktail micidiale che nemmeno il riscaldamento del bus riesce a sopraffare. L’unica soluzione è stringere i denti… per non farli battere! Si percorrono per ore strade rettilinee, si incrociano rare automobili e il paesaggio a destra e a sinistra non varia di un cespuglio: la situazione è ideale per tentare di schiacciare un pisolino dal momento che ancora una volta la sveglia è suonata molto prima delle prime luci dell’alba. Facciamo sporadiche soste per venire incontro ai nostri bisogni fisiologici di cibo e toilette e per, ovviamente, fare i turisti. L’autista-guida (che tipo! Fulminato in testa…) ci racconta alcuni aneddoti riguardanti queste terre, che per forza significa parlare anche di tradizioni e popoli aborigeni, ed alcune di essi sono davvero sbalorditivi: nel bel mezzo del nulla esiste un recinto che difende le pecore di una farm dagli “spietati” dingo; fin qui nulla di anomalo ma se si considera che quel filo spinato è stato innalzato più di 150 anni fa per una lunghezza superiore ai 10000 chilometri e che tutt’oggi c’è gente che quotidianamente ripara questo esile recinto, allora sì che la cosa assume un contorno più stupefacente. Se si aggiunge anche il fatto che non ho mai avvistato pecore negli ultimi giorni e soprattutto ben poco verde da mangiare, il tutto ha dell’incredibile. Le giornate ormai si sono accorciate e verso le quattro comincia già ad imbrunire. Ci fermiamo per la notte a Coober Pedy, celeberrimo paese per l’estrazione dell’opale, probabilmente la miniera più prolifera del pianeta.
Un altro guinness accompagna questo paese di 15 mila anime, ovvero la più alta concentrazione di nazionalità (46) provenienti da ogni dove, persino eschimesi, e tutti che lavorano nelle cave e miniere a metri e metri sotto terra. Poi la gente è talmente coinvolta nella loro attività lavorativa che ha deciso di costruire le loro abitazioni sotto terra così da combattere i rigidi inverni e le infernali estati: sarà anche bello avere 23°C costanti tutto l’anno ma le finestre? Spero nessuno di loro soffra di claustrofobia!
Come era ovvio l’ostello aveva le enormi camerate scavate nella roccia e così pure noi abbiamo provato l’ebbrezza della vita da talpe. Non serve nemmeno dirlo che alle cinque eravamo già in piedi e mezz’ora dopo in strada verso Adelaide; d’altronde i chilometri son tanti tanti in un paio di giorni. Prima di raggiungere i primi centri abitati e la civiltà abbiamo ancora il tempo di uno stop in mezzo al deserto per andare a vedere uno dei pochi laghi di sale, risultato di anni e anni di movimenti sismici che han colpito l’Australia millenni fa. Nonostante l’esigua quantità di luce era impossibile fissare questa distesa salata tanto il riflesso è accecante, figuriamoci col bel tempo. Camminandoci sopra si ha la sensazione di essere su un’enorme lastra di ghiaccio (se teniamo presente il momentaneo freddo polare) ma assaggiando i granelli non si hanno più dubbi sulla natura salata del lago. Dal finestrino si iniziano a vedere incroci, rotonde, saltuariamente alcuni semafori e poi ancora edifici, case, negozi, supermercati, automobili, traffico, confusione e dopo una settimana trascorsa dove l’unico suono è del vento che fischia fra rocce ed arbusti… non è per niente facile ritornare così drasticamente a quello che è il mondo “normale”. Verso sera raggiungiamo la capitale del South Australia, tempo di trovare un letto per la notte e subito corro a fare la spesa ma niente da fare, alle 18e30 tutto chiuso, vuol dire che mi accontenterò di un riso in bianco.

Dritto nel cuore

Eccomi arrivato nell’outback australiano dove regnano il color rosso della terra e il nulla per centinaia e centinaia di chilometri. Prima ancora di scendere dall’aereo che mi ha portato ad Alice Springs capisco che sono arrivato in un posto piccolo e remoto perché l’aeroporto possiede una sola lingua di cemento che fa pista e costringe gli aerei appena atterrati a fare un’inversione a U e marciare per alcuni minuti per raggiungere il gate e permettere ai passeggeri di scendere. Sulla strada che mi porta in paese il panorama che si presenta ai miei occhi è di gialli cespugli e modesti arbusti, nient’altro; nelle prossimità del centro abitato, come per sottolineare l’asprezza di questo territorio, ecco comparire un letto di fiume completamente prosciugato e con mia totale
sorpresa vengo a conoscenza che quello è solo la traccia del reale corso d’acqua che abbondante scorre sotto terra. Qui in pieno deserto, a differenza del resto dell’intero Paese, l’acqua non manca e non ci sono restrizioni nel suo utilizzo se non legate al buon senso; la natura, che roba! D’altronde se così non fosse il popolo aborigeno non avrebbe mai potuto vivere per millenni in un posto del genere che per noi gente del “nuovo millennio” non saremo in grado di sopravvivere nemmeno un giorno. L’indomani mi sveglio alle cinque e mezza perché alle sei ho l’appuntamento per iniziare il tour di tre giorni fra alcune delle famose icone dell’Australia, e non capisco perché il bus fa ritardo: alla fine scopro che esiste un mezzo fuso orario e così mi metto il cuore in pace sognando di essere ancora coccolato dal calduccio del letto anziché punzecchiato dal notturno freddo del deserto. Finalmente faccio conoscenza con la guida che ci accompagnerà nel viaggio e con mia grande sorpresa si presenta dicendomi che si chiama Domenico e che ha il nonno italiano e che l’unica cosa che sa dire in italiano è “mannaggia”. Si parte e ci aspettano 600 Km il primo giorno per raggiungere King Canyon, dove camminiamo in un rosso sentiero in mezzo ad altrettante rosse formazioni rocciose e nel frattempo Dom, la guida, ci da alcune lezioni sia di geologia riguardo alla formazione di questo luogo che di tradizioni aborigene legate all’uso di alcune piante che crescono in questi posti. Molto interessante quanto affascinante. Il giorno ormai sta per volgere al termine e prima che scenda la notte (non è consigliata la guida notturna per via dell’alta percentuale di animali che possono attraversare la strada) accendiamo un fuoco per cucinare la cena e soprattutto per difenderci dal freddo polare. Ancora una volta, lontano una vita dalle luci della civiltà mi ritrovo a fissare le stelle, i miliardi di puntini che ricoprono il cielo, le incontabili stelle cadenti e il silenzio che ci avvolge dormendo all’aperto. Mi sveglio che è ancora buio, tento di ingurgitare la colazione e via di nuovo a mangiare altre centinaia di kilometri per raggiungere il parco nazionale dove ancora una volta ci incamminiamo tra le teste del Kata Tjuta (che in aborigeno significa appunto “molte teste”), piccole formazioni collinari che per la loro semplicità fanno del panorama una visione unica e spettacolare; nel pomeriggio ci dirigiamo verso l’Uluru, in italiano “la roccia”, e apprendiamo alcune tradizioni aborigene legate a questo luogo sacro. È al tramonto che si apprezza la bellezza di questa pietra solitaria che è in grado di cambiare colore dal rosso all’arancione, dal violetto al buio. E caspita, sarà che sono condizionato dal posto e dalla situazione ma ai miei occhi quella formazione rocciosa è in grado di parlare, davvero. La sera ci ritroviamo di nuovo in cerchio attorno al fuoco e questa volta, per entrare ancora di più negli usi e costumi della terra in cui ci troviamo, ci cuciniamo una coda di canguro sotto una coperta di carboni ardenti: pollo, ecco cosa sembrava di gustare, ben diverso da altri tagli come potrebbe essere il petto o la coscia che hanno un altro sapore. Si torna a dormire sotto le stelle, nel sacco a pelo e nello swag, una sorta di sacco a pelo impermeabile con materassino incorporato, ma questa volta non è dura lottare con il gelo e quando la sveglia suona le cinque mi sento abbastanza riposato. Prima di ritornare sulla strada del ritorno siamo di nuovo ad osservare l’Uluru ma all’alba questa volta, e con i primi raggi di sole questo si incendia come un fiammifero, un intensità di colore che lo rende vivo. Prendiamo posto nel bus, ci aspettano ore e ore di strada ma prima di giungere in paese abbiamo ancora tempo di fare uno stop in un allevamento di cammelli da competizione (corrono a più di 60 Km/h!!) dove troviamo anche un husky (!) e un dingo giocare assieme, una famigliola di canguri, un paio di emu ed alcuni cavalli. Finalmente ritorniamo a quello che è un cenno di civiltà e con grande piacere mi butto sotto la doccia dopo tre giorni in cui ho potuto lavarmi solo i denti…

Great Barrier Reef

Ed eccoci arrivati alla destinazione finale come dice il mio biglietto dell’autobus ma il viaggio itinerante attraverso le terre australiane non è ancora finito per me perché come passo in agenzia per avere maggiori informazioni riguardo all’enorme ventaglio di scelta su immersioni, snorkeling, viaggi in barca e quant’altro sulla barriere corallina decido di pianificare anche i prossimi tour. In realtà la cosa non mi piace così tanto perché preferisco prendere decisioni al momento e non avere un piano già scritto su quel che farò e vedrò, pura libertà voglio ma realtà dei fatti è che alla fin fine ho sprecato tempo in posti dove avrei potuto stare meno e dedicarne di più in altri. In altri termini per non sprecare altro denaro sono uscito dall’agenzia con più di mille dollari in meno dalla mia tasca e un due giorni sulla barriera corallina, biglietto aereo per Alice Springs, un tour di tre giorni nel centro dell’Australia e infine altri due giorni di bus per raggiungere Adelaide. Il tutto senza sosta, un bel tour de force! Torniamo al presente perché, cosa importantissima, vestirò di nuovo i panni del sub: un totale di sette immersioni, di cui una in notturna, in una delle tante destinazioni della Great Barrier Reef. Ormai in vena di spese noleggio pure una fotocamera subacquea per avere un ricordo più vivido di quel che vedrò… ed ovviamente anche per tentare di farvi entrare nei miei panni e comprendere cosa vi è in fondo al mare. Sveglia all’alba, colazione veloce e via verso il porto per imbarcarmi nella “navetta” (non perché una piccola barca ma in quanto ci porterà a fine giornata nello yacht dove rimarrò per la notte); tempo un paio d’ore ed ecco rivestire nuovamente la wet suit, versione estiva questa volta, fare il check del mio equipaggiamento, indossare il “gillette” con la bombola, maschera e macchina fotografica e splash in acqua, più calda rispetto le mie previsioni, e via giù alla ricerca di arlecchini pesci e meravigliosi coralli. Prima volta senza istruttore e distratto dalle mille cose che mi circondano arrivo alla profondità di oltre 28 metri quando il limite per il mio livello è solo 18! Nulla di preoccupante, è come per un neo patentato fatto divieto di non eccedere i 110 Km/h in autostrada. Sbagliando si impara e così nelle seguenti immersioni dò maggiore attenzione alla mia strumentazione. Bello e basta quel che questa porzione di mare ci regala e invito ancora una volta a chi ne avesse l’occasione di provare questo genere di esperienza; nessuna foto o filmato potrà mai descrivere completamente le sensazioni che si provano nuotando a quelle profondità, apprezzare fino in fondo i colori e le forme che la natura ci riserva. Dopo la seconda immersione mi ritrovo senza energie, esausto direi e devo ancora farne altre due in giornata! Cosa che non capisco è come abbiano organizzato la giornata, o meglio, i pasti vengono immediatamente seguiti dalle immersioni, come se nulla fosse, alla faccia di quello che mamma ti ha sempre insegnato da quando sei piccolo. Mah. Fatto sta che non perdo nessuna occasione, sempre pronto a saltare in acqua. A metà giornata raggiungiamo lo yacht, sistemo le mie cose nella cabina, e via di nuovo in mare; ormai è l’imbrunire, ci viene servita la cena e dopo un rapido briefing, eh si, ancora una volta un bel tuffo in acqua ma questa volta la cosa è particolare perché in notturna. Vi domandate che c’è da vedere al buio? Me lo sono chiesto pure io e la risposta l’ho avuta quando armato di torcia abbiamo raggiunto il fondo dell’oceano e giocato coi pesci: oltre ad esserci solamente bestie dalle dimensioni ragguardevoli, questi seguono il fascio di luce come se fosse una preda e ti sembra di gestirli come marionette. Lo scopo della notturna non è prendersi solo gioco dei pesci ma è l’occasione migliore per riuscire a vedere i crostacei… ma purtroppo non è stato così per noi. Vuol dire che ci sarà un’altra volta!! Ovviamente non mi soffermo nel descrivere i panorami da copertina che tramonto e alba ci hanno regalato, vivi e profondi. La sveglia suona alle 5e30, tempo di bere una tazza di the, prepararsi per l’ennesimo tuffo, riemergere per ricaricare la bombola d’ossigeno, fare un nuovo briefing e via di nuovo ad inzupparsi! Che fatica! Per fortuna questa volta la colazione non è seguita da null’altro che un sano riposo al sole mentre lo yacht si sposta verso una nuova destinazione. Prima di pranzo la mia ultima immersione e questa volta opto per profondità non troppo spinte per poter avere più tempo a mia disposizione. Strana la sensazione provata una volta ritornato sulla terra ferma, in mezzo alla strade affollate e ai suoni di città. Che aggiungere? Date un occhio alla galleria fotografica e al piccolo filmato che ho girato, giusto per provare a rendere l’idea di cosa si prova.

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