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Riccardo, il night manager al quadrato

Intercetto Riccardo nel tripforum Australia e la sua effergenza mi colpì immediatamente. Afferma di essere rientrato nel forum dopo molti mesi e che ora era disposto a dare consigli a chi alle prime armi perché ora non aveva più il pensiero di come restare in Oz. Ma lasciamo che sia a lui a spiegare chi è e come sia arrivato alla residenza permanente.

1) Raccontaci brevemente di te. Chi sei e qual è il tuo background.
Mi chiamo Riccardo, ho 32 anni e vengo dalla provincia di Milano. Mi sono laureato nel 2004 in Relazioni pubbliche e pubblicità allo IULM di Milano e ho poi conseguito un master in Economia ed Eventi alla Bocconi. Durante l’ università mi sono diplomato come personal trainer presso l’agenzia americana Issa. Grande appassionato di calcio giocato, ping pong, outdoor, viaggi, fotografia, Risiko, ma soprattutto musica e film.

2) Cosa ti ha spinto a cercare il tuo futuro fuori dall’Italia?
Dopo il master alla Bocconi e l’entrata nel mondo del lavoro, quello dell’ufficio per intenderci, ho capito che non era la mia strada.
Sin da piccolo la sirena Australia ha sempre chiamato forte. Ma potrebbe essere stato Canada o Nuova Zelanda. Ovunque ci fosse un numero limitato di abitanti e degli spazi aperti.
Uno dei motivi principali per cui ho deciso di lasciare l’Italia è stato quello di veder i miei coetanei completamente senza voglia di combattere a parte le ovvie eccezioni.
Tutti sempre a cercare una scusa per l’Italia che non andava. Una volta la scusa aveva il nome di Berlusconi, un’altra volta aveva il nome della “Sinistra”, e così via.
Dall’altro punto di vista non avrei mai sopportato l’idea di dover vivere a casa dei miei genitori a lungo, come in molti in Italia purtroppo fanno… sarebbe stato un prolungare all’infinito il passaggio all’età adulta.
Ci si nasconde dietro il fatto che andare a vivere da soli costerebbe troppo e allora si resta a casa con mamma e papà senza però capire che questo rallenta tutto il processo. Non impari a fare da mangiare, a fare il bucato, pagare le bollette, prenderti cura dei problemi domestici etc.

3) Perché l’Australia? Già la conoscevi o è sempre stato un tuo pallino?
Perché mi affascinava sin da piccolo, insieme a Canada e Nuova Zelanda.
Perché terra remota.
Perché è sinonimo di spazi aperti e infiniti.
Perché l’inverno è mite (non sopporto il freddo), qui il Canada veniva tagliato fuori per il momento…
E poi forse perché inconsciamente è dall’altra parte del mondo.
Sarebbe stato avere un foglio completamente bianco su cui disegnare qualcosa di nuovo.
Una cosa che mi affascinava tantissimo era quella di poter fare un lungo viaggio on the road e vivere un po’ da nomade per qualche mese.
I mesi sono diventati un anno che ovviamente si è rivelato uno tra i più belli della mia vita.
La cosa incredibile è che venni a conoscenza del working holiday visa pochissimi giorni prima della partenza.
Questo pensiero oggi mi fa un po’ paura… sarei partito senza nessun visto e senza la minima idea del fatto se era possibile lavorare o meno.
Oggi mi informerei un po’ meglio.

4) Quali sono stati i tuoi passi per trovare l’occupazione che cercavi?
La prima risposta potrebbe essere: una fortuna incredibile.
Diventare cittadino australiano attraverso una permanent residency ottenuta grazie ad uno sponsor tramite un ostello suona un po’ uno scherzo.
Poi se ci penso bene e riguardo al modo in cui ho lavorato.
Alla fatica che ho fatto per rendere un ostello già molto valido in uno dei più belli e divertenti d’Australia forse la risposta cambierebbe.
L’offerta di lavoro mi arrivò quando ero disperso su un’isola in Thailandia a fare il divemaster.
Mi chiamarono perché era piaciuto come svolgevo il ruolo di night manager in ostello… due anni prima.
Si ricordavano di me perché avevo lavorato bene.
La grande fortuna è stata quella di amare alla follia il mio lavoro.
Nel senso di svegliarsi la mattina e fare colazione in fretta perché non vedi l’ora di essere al lavoro.
È una fortuna che auguro ad ogni essere umano.
Perché se fai quello che ami davvero poi ci riesci. Non ci sono altre spiegazioni.

5) Hai nuove idee per il futuro?
Il passaporto dovrebbe arrivare presto, e questo era uno degli obiettivi primari.
La voglia di espandersi nel business dei backpackers è molto forte e ci stiamo muovendo in quella direzione.
C’è ancora margine, ma è un peccato vedere come ancora troppi italiani cominciano il loro working holiday ad east (Melbourne, Sydney), poi quando arrivano qua a Fremantle si rammaricano di non esserci venuti molto prima.
Poi il bello dell’Australia è che ti fa frullare un sacco di idee in testa, con la differenza che qui le puoi realizzare, o quantomeno tentare, senza essere soffocato da una burocrazia statica.

6) Se ti venisse proposto l’attuale lavoro che stai svolgendo in Italia, lo accetteresti? E perché?
Diciamo che il modello di backpackers che ho tentato di portare avanti qui in Australia in Italia non potrebbe funzionare.
Tutto gira intorno al fatto di avere un 70% di clienti che restano in ostello per svariati mesi e che lavorino a tempo pieno qui a Fremantle.
Tutto sta nel creare una rete di relazioni con bar, ristoranti etc. che quando hanno bisogno di ragazzi ce lo fanno sapere.
Funziona qui perché c’è una grandissima flessibilità del lavoro.
Funziona perché a parità di impieghi le paghe sono molto più alte.
Funziona perché le tasse sul lavoro sono molto basse.
Funziona perché la disoccupazione è molto bassa.
In Italia dovrei snaturare completamente il concetto e non so se ne avrei voglia.
In Italia per prima cosa bisognerebbe rendere appetibile il paese ai giovani e giovanissimi stranieri, ma è tutto un altro discorso…

7) Cosa non ti piace dell’Oz?
Io dell’Australia sono innamorato, ma devo fare una premessa importantissima: se non vivessi a Fremantle, non vivrei permanentemente in Australia.
Quando decisi di andarmene dall’Italia mi ero dato alcune dritte:

1. Fare un lavoro che amo
2. Vivere a 5 minuti dal posto di lavoro
3. Vivere a 5 minuti dal mare
4. Vivere a 5 minuti dalla piscina/palestra
5. Vivere in un posto dove non c’è inverno e piove pochissimo
6. Vivere in un bel posto, un po’ alternativo
7. Un posto che offre comunque un minimo di arte, cinema e musica

Dopo un anno in giro per l’Australia alla ricerca, ho capito che Fremantle era il luogo che cercavo.
Questa città mi fa convivere con i grossi “meno” che l’Australia ha…
Prezzi e costo della vita in crescita quasi ridicola.
Costi delle case che se non sono “bolla immobiliare” poco ci manca.
E poi quella mancanza di basi, di cultura generale e particolare che per ovvie ragioni l’Australia non può avere.
Il fatto che sei davvero lontanissimo da molte mete.
Provate a vedere quanto ci vuole per raggiungere New York da Perth…
È ovvio che l’Eden non esiste, ma per quello che cercavo Fremantle (non l’Australia) si avvicinava molto.
Poi purtroppo ci sono altre cose che non amo di questo paese, ma sono molto più profonde e meriterebbero un più lungo dibattito.
Poi una cosa assurda è che pur guadagnando bene, non sarò mai in grado di comprarmi una casa a Fremantle (dove una casa costa più che a Miami, davvero!).
Penso che chi lavora in un posto deve essere in grado di permettersi una casa in quel posto stesso…

8) E cosa ti manca di più di casa?
Purtroppo quando ho deciso di partire sapevo che avrei dovuto convivere con la lontananza da mia nonna, la persona che mi ha tirato grande.
E sapendo che era già alla soglia dei novanta, e io vivendo a migliaia di chilometri lontano, non sarebbe mai più stato come prima.
Chiaro, manca la famiglia. Mancano gli amici. Quelli storici del liceo. Quelli che la vita ha scelto per te, quelli che sono più dei fratelli.
Manca il fatto di poter dire: “questo weekend vado ad Amsterdam o New York…” anche se poi non ci andavo mai.
Mancano terribilmente le materie prime in cucina, prosciutto crudo e bresaola su tutto!
Manca la cultura del mangiare seduti tutti insieme a tavola.
Manca il cielo dell’Italia alle 6-7 di sera, unico al mondo.
Mi mancano i vecchietti al bar il lunedi mattina che si ammazzano parlando di calcio.
Mi manca la passione che ci mettiamo in tutto quello che facciamo.
Mi mancano i dialetti.
Mi mancano i luoghi comuni.
Del genovese tirchio, del milanese bauscia, del meridionale fancazzista…
Perché è ovvio che sono stupidaggini, ma colorano e rendono tutto un po’ più caldo.
Dai, che domanda… Di casa manca tutto.

9) Hai dei consigli da dare a chi come te sta cercando nuovi orizzonti in Downunder?
Si.
Chiudetevi in casa per tre mesi.
Noleggiatevi 1000 dvd.
E guardatevi tutti i film possibili in lingua inglese con i sottotitoli in INGLESE (non in italiano!!!).
Traducete le canzoni che vi piacciono.
Leggete qualche magazine in inglese.
Imparate l’inglese. Siamo assolutamente scandalosi.
Non si può essere nel 2014 e non sapere una parola d’inglese.
Poi.
Consiglio numero due.
Fate il giro contrario.
Partite dalla West Coast. Lavorate un po’ per mettere via i soldi di base del trip.
Cercate poi di fare in fretta i tre mesi di farm, o qualunque altro lavoro che vi porti i giorni per il secondo working holiday visa.
Viaggiate. Fatevi un roadtrip epico in Australia. It’s once in a lifetime!
Ora un consiglio che mi prenderete per pazzo.
Chi più spende meno spende.
Chiaramente con la testa sulle spalle.
Non fatevi mancare nulla.
Mangiate bene, sano, frutta, verdura. Anche se costa molto di più delle solite scatolette di tonno e noodles.
Ogni soldo speso in cibo buono e sano è un soldo guadagnato.
Compratevi un mezzo, vi darà un’indipendenza totale.
Sarete pronti per accettare un lavoro ben pagato in un posto lontano.
Se ci sono due ostelli, andate nel più bello dei due, anche se costa molto di più, alla fine sarete voi che ci guadagnate.
Per i primi mesi state in ostello, non cercate casa in affitto.
In ostello imparate l’inglese, conoscete gente, è più facile trovare lavoro, imparate a convivere.
Poi.
Fatevi un’assicurazione di viaggio.
La medicare non basta!
Consiglio polizze tipo la worldnomads di Bupa.
Se comprate una macchina andate in banca e fate l’assicurazione, costa 20 dollari al mese ma vi salva il portafoglio in caso di incidente.
Se trovate un lavoro che non vi piace, dove non vi pagano bene, cambiate!
Se siete in un ostello sporco, cambiate!
Siete solo voi a decidere come sarà il vostro anno (e magari di più) in Australia.

Finalmente anche io in Thailandia

Atterro la sera a Bangkok. Scopro con stupore che esiste il Wi-Fi in aeroporto e lo uso per scaricarmi la mappa della metro. Al controllo passaporti mi viene rapito un falso sorriso e così concesso il mio nuovo visto per bivaccare in Thailandia. Prendo il treno per la città (anche se sbaglio a comprare il gettone) e rimango sorpreso dalla qualità del mezzo, non mi aspettavo di trovare tutto questo “benessere”. Già avverto che il viaggiare di oggigiorno è veramente un’altra cosa rispetto a quello che mi ero immaginato attraverso le letture di viaggiatori dello scorso millennio; me ne rammarico, oggi sembra veramente tutto tanto molto facile: comprare il biglietto aereo, ottenere il visto, muoversi in comodità senza nemmeno dover scambiare due parole con gli indigeni.

Scendo dal treno, cammino per una decina di minuti per raggiungere la MRT, ultimo tratto di binari prima di raggiungere il quartiere di Silom e il mio amico.

Uscendo dalla underground sembra essere piombati in un posto lontano da quello espresso fino a quel momento dalle moderne infrastrutture: si nota chiaramente che c’è una volontà di questo paese ad emergere rincorrendo invano gli standard occidentali.

La notte non è notte, pare un interminabile crepuscolo , il cielo acceso dalle luci dei grattacieli e dallo smog che ne riflette la loro luminosità. Nuvole rosate dalle lunghe file di fanali rossi di auto placcate nel trambusto del traffico. Passeggiando nel cuore della città venditori di street food sono ovunque ma in buona compagnia di chi vende ogni genere di sorta. È un vespaio anche se tardi, penso che di giorno fa troppo caldo e tutti si riversano per le strade al calar del sole. Poi rifletto che tutti quegli alberi pieni di luci colorate giocano un ruolo da non sottovalutare.

Assaporo il mio primo Thai Pad e concludo la mia giornata avvertendo un senso di colpa.

Gelo a Singapore

È sera, cerco di accorciare la strada per arrivare alla stazione della metro. Non so se è stata una buona scelta, mi son perso di nuovo attraversando vicoli, giardini e strade illuminate da sporadiche auto. Poi alla fine vedo un centro commerciale, la mia meta. Scendo le scale per raggiungere la mia linea e ad ogni scalino la temperatura cala di un grado. Zio billi, il mal di gola sarà assicurato.

Dieci minuti dopo risalgo al mondo “infernale” e mi par di essere arrivato in un altra città: l’atmosfera notturna emana tutta il suo appeal, gli edifici e i grattacieli appaiono come sculture, strade illuminate a festa, ponti che sembrano trasportarti nel futuro. Wow che impatto. Non posso che convincermi che questa città-stato è proprio come la raccontano, futuristica e all’avanguardia, un esempio e un modello da seguire.

Perlustro i caratteristici quartieri tenendo come riferimento lo svettante Grand Mercure Roxy, l’hotel celebre per avere la piscina sul tetto. Attraversando dei piccoli parchi faccio conoscenza con dei bei topini ma non mi sorprendo, anzi li ricollego a quelli che avevo visto la mia prima volta ad Hyde Park a Sydney. Continuo a camminare e tutto d’un tratto mi accorgo di una cosa particolare, non c’è il classico fastidioso rumore da città anzi, è piuttosto silenzioso e parlare a voce alta pare quasi di fare un dispetto.

Giungo a Marina Bay, la piccola baia simbolo del CBD ed è un tripudio di luci, no che dico, di più: l’acqua è illuminata da migliaia di luci. Ah no, ci son dei fari che illuminano dei riflettori che stanno in acqua. Ma la baia non viene attraversata da imbarcazioni mi domando?

Sono spaesato, c’è un po’ troppo di troppo. Si ok, sono stato abbagliato da un’infinità di luci ma c’è qualcosa che non mi torna. Continuo la mia passeggiata ed ecco che gli “uno” nella mia testa cominciano a sommarsi: è un lunedì sera, non sarà un weekend, cammino da un pezzo in una città capitale-stato e avrò visto si e no lo stesso numero di persone che incontri in piazza a Portogruaro. Ma la gente dove è?

Ora ho una missione, capire dove sono gli autoctoni. Inizio ad avvicinarmi alla gente e il mistero si infittisce: sento parlare lingue straniere che non son ne inglese ne “cineserie” o “indianerie”. Non riesco a darmi pace, mi intrufolo laddove ci sono attività commerciali ma la quite regna, i ristoranti tacciono e le fermate dei trasporti pubblici sono vuote. Il mistero comincia a dare spazio ad una situazione di disagio. La mia razionalità è in totale loop, l’unica risposta che mi posso dare è che la gente a Singapore ama trascorrere le serate in cima ai grattacieli. E rimarrà un arcano, non sono vestito per poter prendere un ascensore e salire al centesimo piano. Mesto ritorno sui miei passi, la stanchezza fisica e soprattutto psicologica è tanta, il mio loculo mi aspetta.

Brividi.

Più poi che prima

È una corsa. Ma anche no. Il tempo a disposizione non è a mio favore e come al mio solito non mi sono preparato per nulla a dove andare a mettere piede. Ottimizzazione dei tempi inesistente. Ho uno scalo di 33 ora a Singapore e a mio favore non ho proprio nulla, nemmeno gli orari di arrivo e ripartenza visto che arrivo la sera, devo ancora decidere in quale cuscino poggiare la mia testa e non so nemmeno come sia organizzata questa città. Fortuna vuole che l’aeroporto di Singapore offra WiFi gratuito (eh si, dopo 10 anni di onorato servizio il vecchio nokia ha dato spazio ad uno smartphone di seconda mano) e possa finalmente goderne: «www.hostelw…» «next please!». Maledetta efficienza, sono già oltre il controllo passaporti e non ho ancora carpito un nome di un ostello. «città Singapore, notti una, guest uno… cerca» Ma dai, no! Il mio bagaglio è tra i primi ad uscire. Neanche a farlo apposta! Voglio dire, magari sempre così ma proprio oggi che ho bisogno di tempo proprio non mi piace. «Ordiniamo per prezzo, huh, non male quanto a quattrini, mi aspetto più caro, visualizziamo la mappa e… screenshot!». Classico prelievo all’ATM, biglietto della metro e dopo pochi minuti mi trovo seduto in carrozza. 30 minuti per essere fuori dall’aeroporto. Allora è vero quello che si dice di questo stato, all’avanguardia.

Quanto caldo ed umido. Passare dall’aria polare/condizionata al mondo esterno è come immergersi in un bagno di gelatina: si boccheggia alla grande e lo zaino acquista il doppio del suo peso ad ogni passo. Manca l’aria, non sono abituato a certe condizioni soprattutto senza preavviso e un graduale allenamento. Caccio fuori la mappa, non capisco dove sono, ci sono lavori in corso un po’ ovunque, chiedo indicazioni ma mi rispondono in indiano, riesco a scorgere il nome dell’hotel di riferimento, sudo, mi incammino verso si questo, giro l’angolo ma la strada appare alquanto vuota. «Mi son perso» penso, «hai cercato un ostello economico ed è ovvio che sia in mezzo al nulla» mi rispondo. «Ok, vediamo di essere obiettivi, siamo arrivati da là, la linea della metro corre di qua… ma si dai è giusta la direzione, fidati Dome». Mentre cammino rido, rido di me stesso e dell’altro, quell’altro con cui parlo regolarmente nei miei pensieri.

In lontananza l’insegna dell’ostello, la pancia rivendica la dovuta attenzione. «Ce l’abbiamo fatta anche questa volta». Doh! Di nuovo, non imparerò mai. Una porta rossa, una serratura a combinazione, un campanello ed un cartello: «Suonate e se non apriamo chiamate il numero qui sotto». «Spero tanto che ci sia qualcuno ad apr…» «Sorry, I need to get it in». Wonderful, un guest è appena ritornato e salgo con lui. Per $16/notte in dormitorio non mi aspettavo lusso ma dormire in un loculo proprio non me lo ero aspettato: una parete, suddivisa in quadrati un metro per un metro e due di profondità. E freddo, maledetta aria condizionata. Mi par di essere all’obitorio. Giù lo zaino, una spruzzata d’acqua in viso, reflex in una mano e una mappa nell’altra: «Siamo pronti all’azione!». Doh!

Due strade più in là un food court che pare un formicaio tant’è affollato. Faccio un giro delle cucine. Ne faccio un altro. E che cavolo, sono a Singapore, Hokkien noodle rigorosamente! Ma quali tra le svariate proposte? Terzo giro dell’ovale, quasi quarto quando dai vapori di una cucina sbuca un vecchio che a precisi colpi di polsi fa saltare il cibo da un wok all’altro; con quei baffetti e la bandana stretta sulla fronte e il suo talento da maestro di arti marziali la scelta era fatta, rincuorato soprattutto dalla moglie che dall’ombra di un angolo, con uno sguardo da vera padrona incazzata fissava il marito spadellare pronta a scagliargli un coltello da macellaio al primo minimo accenno di imperfezione. Quei noodles devono per forza essere buoni da morire!

Rifocillato mi rimetto in marcia, esco dal food court e mi sento svenire. No, non è stanchezza, nemmeno il caldo. È puzza, tipo puzza di fogna ma è potentissimo. Mi pare di sapere cosa sia ma non riesco a capacitarmi, l’olezzo non mi da tregua. Spinto da tanto coraggio quanta incoscienza, giro la testa facendomi dirigere dall’olfatto e tutto fu più chiaro: un centinaio di durian ammucchiati su un muro. «Ci avevano quasi stesi».

Primo o poi smetterò di usare il noi.

The big 3

Gli ultimi giorni in Giappone li ho trascorsi tra Kyoto, Osaka e Tokyo, le tre grandi metropoli giapponesi, almeno per me. Delle tre Kyoto rimane la mia preferita: urbanistica semplice, non grattacieli, tanto verde, bella da girare in bicicletta e le persone hanno il tempo per fermarsi a scambiare due chiacchiere. Nei paraggi ci sono diversi posti da andare a visitare e molti a stampo religioso: templi e buddha. In particolare mi sento di consigliare di andare a Nara (un’ ora scarsa di treno) dove vi troverete di fronte ad uno dei più bei templi che abbia visto assieme ad uno delle più enormi statue raffiguranti il Buddha, imponente. Vale la pena poi girare il parco e salire la collina da dove si può vedere uno splendido tramonto gustandosi una tipica tazza di macha.
Per chi volesse rimanere in zona città decisamente un salto al Nijo Castle e al parco Nanzenji, in particolar modo se siete nel periodo in cui i marple tree diventano rossi o i sakura tree fioriscono: visione emozionante.
Kyoto inoltre è famosa per lo “Yuba”: avete presente quando si fa bollire il latte e si crea quella pellicina in superficie? Perfetto, lo Yuba è esattamente quella roba li ma prodotta dal tofu. Lo si usa in diverse pietanze ma anche da solo con un “tocio” di salsa di soia. Strabiliante, è entrata prepotentemente tra i miei cibi giapponesi preferiti.

Ad Osaka è stato un mordi e fuggi causa tempo agli sgoccioli ma nonostante tutto mi sono rimaste impresse due cose, anzi due bar.
Il primo era da qualche parte nella stazione dei treni (più che stazione sarebbe da definire città, per attraversarla ci vuole mezza giornata), dalle dimensioni dei baretti triestini, stretto abbastanza da far stare le persone in piedi di fronte al bancone senza spazio alle loro spalle, questo per un semplice motivo, è uno “standing bar”! In pratica la gente entra per bere qualcosa ovviamente ma lo scopo è socializzare con i 37 barman che compressi sono lì per parlare. Chiaramente più bevi meno paghi, meno bevi e meno chiacchieri.
Tutta la situazione è tanto assurda quanto brillante. Un’idea da esportare e replicare.
La sera poi, in cerca di evitare bar turistici e/o ordinari, cammina cammina si finisce in una di quelle vie buie e con i gatti che scappano da un lato all’altro. Fremevo. Sapevo che ero nel posto giusto; da questa stradina si apre un vicolo profondo e stretto e attraversandolo a destra e a sinistra dalle porte semi chiuse si vedeva la gente seduta a mangiare china sul proprio piatto; proseguendo si arrivava ad un vicolo cieco, o meglio la toilette. Si ritorna sui propri passi e alla mia destra, nel buoi più totale, dentro ad una di queste porte vedo una persona maneggiare qualcosa tra le mani: metto a fuoco bene la vista e i movimenti che faceva erano più che espliciti… stava lustrando un bicchiere! Trovato il bar per un drink. Beh, chiamarlo bar è un eufemismo, diciamo che ho scoperto un perfetto parallelismo tra la lunghezza della parola “bar” è le dimensioni di quel locale: senza esagerare 2 metri quadrati abbondanti! Il barman, vestito con un perfetto abito da maître, era rinchiuso all’angolo dietro al bancone, con un spazio sufficiente a girarsi ma non ad accovacciarsi. Se ordinavi un cocktail le cui bottiglie non erano a distanza dovevi passargliele visto che le mensole si dipartivano su tutta lunghezza del muro. Posti a sedere 4 ma stringendosi anche 6. Veramente intimo.

Avendo trascorso i giorni precedenti essenzialmente nelle campagne del giappone meridionale e trovando anche il tempo per fare una capatina al lago Yamanaka per scrutare il monte Fuji, l’arrivo a Tokyo è stato un bel colpo basso: tanta ma tanta gente, grattacieli, luci, traffico, rumore. Scendere alla stazione di Shibuya nelle ore di punta è un suicidio se non sai dove andare perché l’onda umana di persone che si spostano ti trascinano via con loro; enormi schermi televisivi tappezzano come quadri le pareti degli alti edifici mentre e perenni pubblicità si susseguono tutto il giorno; musiche di gruppi pop giapponesi fluiscono dagli infiniti speaker sparsi tra le vie del quartiere; le ragazze sono così truccate da sembrare uscite da un manga; è un caotico brulicare dalla mattina alla sera, non-stop, ma incredibilmente scandito dagli orari della metro. E come se non bastasse, a inforcare la mia incredulità, a Shibuya ti trovi anche la statua di Hachico, il cane reso famoso dal film hollywoodiano con Richard Gere: mi aspettavo fosse una storia ambientata in chissà quale villaggio di campagna, sicuramente non nel cuore di una metropoli! Il che rende ancora più affascinante la fedeltà dell’amico a quattro zampe.
Girare per Tokyo non è una cosa semplice, salire e scendere dalla metro non è un’azione così scontata se non sai con esattezza millimetrica dove dovrai andare poiché le stazioni hanno diecimila uscita e imboccare quella giusta è un vero terno a lotto, anche se si domanda aiuto. Il discorso non cambia per arrivare all’indirizzo di un ristorante o di una attività, nemmeno google ci riesce. È un caos per i non locali e credo non sia una cosa facile nemmeno per gli edochiani.
Osservando queste persone con occhi europei si nota una grande differenza, impensabile per noi: lavorano tantissimo. Sul serio, fanno una vita incredibile, frenetica, dedita praticamente solo al lavoro. Iniziano la mattina e alle 10 di sera sono ancora lì a produrre e macinare. Capisci poi il motivo per cui si innaffiano di alcol ogni giorno e anche perché esistano quegli hotel con camere che sono del tutto dei loculi. E considerando quanto costa vivere in questa città questa gente altro non è che operai dal colletto bianco, che fanno fatica a campare. Questa è la cruda realtà di una potenza economica in declino.

Japanese countryside

Non mi vergogno ad ammetterlo: non mi piace studiare per farmi trovare preparato. Anzi, mi piace improvvisare e non crearmi false aspettative plasmate da precedenti letture o ricerche; mi trovo così a gioire anche dei piccoli dettagli, del continuo susseguirsi di novità che rendono i miei viaggi personalmente unici.
Tutto questo preludio per sottolineare quanto mi siano piaciuti Kumamoto, Aso e le onsen. Ciascuna di queste riflette una ben definita peculiarità.
In Kumamoto ho potuto vedere ed apprezzare l’arte architettonica del famoso castello di questa città: considerato essere il più bello e ben mantenuto castello in Giappone, camminando all’interno delle vecchie mura ci si sente proiettati direttamente nel passato dove samurai vestiti di splendide armature fanno vibrare lucenti katane a servizio del loro popolo ed imperatore mentre funambolici ninja si districano in circensi salti da un tetto all’altro.
L’impatto con le linee e le forme architettoniche è tanto una novità quanto forte, ci si sente immersi in un altro mondo, un mondo lontano che si è evoluto parallelamente al nostro, è il paese del Sol Levante dopo tutto.

Prendere il treno in Giappone è sempre un emozione, non perchè sia un fanatico dei mezzi su rotaia, piuttosto perché suscitato dall’osservare i giapponesi stessi fremere per questi bestioni di latta. E proprio nella stazione di Aso ho avvertito una sorta di contrasto tra i spaziali nomi dei treni (simili se non presi direttamente dai robot dei manga poi diventati celebri cartoni animati negli ’70-’80) e le mascotte delle città rappresentate da pupazzetti.

Aso e Kumamoto mascotte

Aso mascotte

Purtroppo la mancata organizzazione e i biglietti del treno già acquistati per il ritorno non ci han permesso di farci un giro per il parco nazionale, raggiungere la sommità del vulcano e tantomeno godere degli svariati affioramenti di calde acque termali (onsen) sparpagliate per la regione. Un peccato perchè a pelle questo posto mi attirava parecchio ma dato che la tappa dell’indomani era un due giorni di onsen non mi rimaneva poi così tanto amaro in bocca.

Ed eccoci in direzione di Ureshino dove la mia amica ci regala un due giorni di bagni termali. Per raggiungere questa piccola città nella prefettura di Saga, si passa attraverso paesaggi bucolici che tanto sembrano distanti da quella che era la mia idea di un Paese all’avanguardia e iper tecnologico: qui ci sono ancora anziani (si, i giovani sono nelle grandi città un po’ come succede in tutto il resto del mondo occidentale) che trascorrono giornate chinati a coltivare riso, a potare le piante per le foglie da the (mai visto un verde così intendo come quello di queste piante) e ad allevare gli animali. Sembra più che altro un viaggio nel passato, non mi sarei stupito di vedere un samurai a cavallo tra quelle colline!
Per chi mi conosce suona alquanto strano il mio eccitamento per saune e spa in generale, non mi interessano per niente, ma in questo caso la cosa assume una connotazione del tutto particolare: per i giapponesi  le onsen sono un sinonimo di cultura e da questo punto di vista farsi un bagno in tali acque termali è un rituale che mi sono sentito di rispettare e di fare, ed in fondo mi è piaciuto parecchio. In quei bagni mi sono sentito veramente vicino alla loro cultura, ho avvertito quel particolare sapore che ti fa vivere il viaggio e ti arricchisce dentro; certamente il cibo è un valido strumento per avvicinarsi agli usi e costumi di popoli diversi, ma in questo caso trovandomi in un posto così lontano dal turismo di massa e in un contesto altrettanto intimo ho praticamente raggiunto quel nirvana che tutti i viaggiatori cercano nelle loro esperienze in giro per il mondo.

Mai dire Banzai!

È proprio la terra dei Manga. Se non si tiene in considerazione questo parametro fondamentale si rischia di non comprendere questo popolo e di confondere, tanto per fare un banalissimo esempio, la mascotte di una città come se fosse qualcosa di infantile.
Capisci che sei arrivato in una terra completamente diverse fin dai primi passi in aeroporto, se passi si possono chiamare dal momento che ci si sposta con treni-navetta. Al controllo passaporti c’è una angosciante quiete, tutti sono in fila uno dietro l’altro, dove  ben 3 controllori (per un centinaio di viaggiatori) fanno si che tutto fili per il verso giusto. Questa è la realtà che ho vissuto all’aeroporto Kansai di Osaka (per la cronaca l’aeroporto progettato dal nostro Renzo Piano).
Tempo di scendere da un aereo che ne prendo subito un altro, direzione sud verso Fukuoka, tappa per la mia prima notte in Giappone. L’indomani è già tempo di muoversi, questa volta via treno verso Nagasaki, prima vera tappa del mio itinerario.

L’arrivo a Nagasaki non è dei migliori, è ormai quasi buoi (giornate corte) e soprattutto piove: ciò significa bagnarsi dalla mattina alla sera dato che è stagione di tifoni e il sottoscritto odia gli ombrelli! A prima vista sembra una graziosa località (sarebbe una città a tutti gli effetti ma per gli standard nipponici è quasi una contrada da qualche milione di persone), attraversata da un curatissimo fiume il quale a suo volta è viene oltrepassato da una serie di minuti ponticelli di pietra: tutto ciò poi assume tutta un’altra atmosfera quando sporgendosi per vedere il letto del fiume ti accorgi che ci sono delle tartarughe.
Tappa al ground zero e al museo degli orrori della bomba atomica sono d’obbligo: della stupidità umana capisci che non c’è limite, del milione di aggettivi che si possono spendere a riguardo in questo momento mi sento di sottolineare l’eterna vergogna per il genere umano. Il ricordo dell’idiozia del lancio della bomba lo si avverte chiaramente girovagando per il museo ma anche per il vicino parco della pace; glielo si legge sulla faccia di quei vecchi che ancora si battono per far si che il ricordo non venga cestinato nel tempo, che dedicano anima e corpo a raccontare la storia a quella infinità di studenti che si susseguono ogni ora. A mio avviso quello che fa veramente paura è il contatto diretto con quello che la storia narra e quello che i tuoi occhi vedono: come detto poco fa Nagasaki non è così enorme, si riesce a farsi un’idea di come è fatta e di come si estende fra le colline ma quando poi ti trovi davanti alle ricostruzioni dell’impatto che la bomba H ha avuto sulla città e con quali conseguenze, a quel punto avverti la gravità della disperazione che avvolge questa gente. Mostruoso. Un inizio di viaggio decisamente sotto valutato, mi ci vorrà un po’ per riprendermi.